Giustizia al collasso, presidio FP CGIL davanti al Tribunale di Ravenna

La FP CGIL Ravenna si è mobilitata davanti al Tribunale per denunciare una situazione ormai insostenibile: carenza di personale, mancata stabilizzazione dei precari PNRR, rischio chiusura di uffici e aule e tempi sempre più lunghi per i procedimenti.

“Giustizia al collasso, a pagarne il prezzo sono le lavoratrici, i lavoratori e i cittadini”: è questo il messaggio al centro del presidio organizzato dalla FP CGIL Ravenna davanti al Palazzo di Giustizia.

La mobilitazione ha voluto portare all’attenzione pubblica le gravi criticità che attraversano il Tribunale di Ravenna e, più in generale, il sistema della giustizia: organici insufficienti, carichi di lavoro crescenti, precarietà del personale assunto con fondi PNRR e difficoltà sempre maggiori nel garantire servizi efficienti, accessibili e giusti per tutte e tutti.

Secondo la FP CGIL, la carenza di organico supera il 50% e rischia di compromettere il funzionamento quotidiano degli uffici. A questo si aggiungono la mancata stabilizzazione dei precari PNRR, il possibile ridimensionamento di uffici e aule e l’allungamento dei tempi dei procedimenti, con conseguenze dirette sia sulle condizioni di lavoro del personale sia sui diritti delle cittadine e dei cittadini.

“Abbiamo organizzato questo presidio – sottolinea la FP CGIL Ravenna – per difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e per una giustizia efficiente, accessibile e giusta per tutte e tutti”.

Al presidio erano presenti anche rappresentanti istituzionali e professionisti del Tribunale, tra cui il procuratore Daniele Barberini e il presidente Giovanni Trerè. La segretaria Lisa Dradi ha evidenziato le difficoltà quotidiane vissute negli uffici giudiziari e la necessità di interventi urgenti.

Per la FP CGIL Emilia-Romagna, investire nella giustizia significa investire nei servizi pubblici, nella qualità del lavoro e nella tenuta democratica del Paese. Senza personale stabile, formato e in numero adeguato, non può esserci una giustizia realmente vicina alle persone.


Aggressioni al personale sanitario del Sert di Riccione: servono sicurezza, organici e tutele

La grave aggressione avvenuta al Sert di Riccione riporta al centro un tema che come FP CGIL Emilia-Romagna denunciamo da tempo: chi lavora nei servizi sanitari territoriali, e in particolare nei servizi per le dipendenze, non può essere lasciato solo di fronte a situazioni di rischio sempre più frequenti. Secondo quanto riportato, il 7 aprile un operatore è stato minacciato da un utente armato di coltello, con l’intervento dei Carabinieri necessario a fermare l’episodio.

Non siamo di fronte a un fatto isolato. Nei Sert e nei contesti collegati agli istituti di pena, il personale opera ogni giorno in condizioni di forte pressione, a contatto con fragilità sociali e sanitarie molto complesse. In questi luoghi di lavoro, minacce e aggressioni verbali vengono spesso considerate quasi una componente ordinaria dell’attività, e troppo spesso non vengono nemmeno registrate formalmente. È proprio questa normalizzazione del rischio a renderla ancora più inaccettabile.

Il lavoro nei Sert non può essere considerato un “rischio del mestiere”

Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo inaccettabile l’idea che la violenza subita da operatrici e operatori sanitari possa essere liquidata come un semplice “rischio del mestiere”. Chi lavora nei Servizi per le Dipendenze svolge una funzione essenziale per la presa in carico di persone fragili, di utenti con dipendenze patologiche e, in diversi casi, anche di persone detenute o inserite in percorsi complessi di tutela sanitaria e sociale.

Si tratta di professionalità che affrontano quotidianamente un carico elevatissimo di responsabilità, esposizione personale e pressione relazionale. Per questo non bastano dichiarazioni di solidarietà dopo l’ennesimo episodio: servono interventi concreti, immediati e strutturali.

Le richieste della FP CGIL: più sicurezza e più personale

La denuncia avanzata dalla FP CGIL Rimini indica con chiarezza la direzione da seguire: occorrono misure urgenti di prevenzione, un rafforzamento degli organici e protocolli chiari per la segnalazione e la gestione degli episodi di violenza. Sono richieste che condividiamo pienamente, perché la tutela di chi cura deve diventare una priorità reale nelle scelte organizzative delle aziende sanitarie.

Garantire sicurezza significa predisporre procedure efficaci, assicurare supporto immediato ai lavoratori coinvolti, migliorare l’organizzazione dei servizi e riconoscere finalmente la specificità di chi opera nei Sert e nelle strutture collegate al circuito penitenziario. Non è più rinviabile nemmeno un confronto serio sulle dotazioni di personale, perché lavorare in sottorganico rende ancora più fragili i presidi e ancora più esposti i professionisti.

Riconoscere il rischio con tutele adeguate

Tra i punti sollevati c’è anche la necessità di prevedere per il personale dei Sert e delle case circondariali una indennità specifica, sul modello di quella già riconosciuta agli operatori del pronto soccorso. La richiesta nasce dalla consapevolezza che esistono contesti lavorativi caratterizzati da criticità particolari, esposizione continua e livelli di rischio che meritano un riconoscimento concreto, non solo simbolico.

Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo che questo passaggio sia necessario. Il riconoscimento economico, però, da solo non basta: deve accompagnarsi a investimenti, formazione, protocolli condivisi e a una presa in carico vera del benessere lavorativo di chi ogni giorno garantisce servizi fondamentali alla collettività.

Solidarietà al lavoratore coinvolto

Esprimiamo piena vicinanza al lavoratore coinvolto nell’aggressione e a tutto il personale sanitario che ogni giorno affronta situazioni difficili nei servizi territoriali. La tutela del rientro in servizio, il supporto psicologico e organizzativo e la protezione delle condizioni di lavoro devono essere parte integrante della risposta delle aziende sanitarie. La solidarietà è doverosa, ma oggi non basta più: servono atti concreti.

Una risposta non più rinviabile

L’episodio di Riccione deve aprire una riflessione seria sullo stato dei servizi e sulle condizioni di chi vi lavora. Difendere il personale sanitario significa difendere anche la qualità dell’assistenza, la continuità della presa in carico e la funzione pubblica del sistema sanitario territoriale. Per questo chiediamo che su sicurezza, organici e riconoscimento professionale si apra subito un confronto vero, con misure operative e tempi certi.


Ospedale di Bobbio, mensa assente la domenica: servono garanzie immediate per i dipendenti

All’ospedale di Bobbio resta aperta una criticità che da tempo pesa sulle condizioni di lavoro del personale in servizio nei giorni festivi. Medici, infermieri, operatori tecnici e sanitari impegnati la domenica, infatti, si sono trovati per mesi senza un accesso regolare alla mensa, senza la possibilità di ordinare il pasto e, secondo quanto denunciato dalla FP CGIL, senza un sistema sostitutivo realmente adeguato. Una situazione che ha portato il sindacato a chiedere un intervento urgente per superare una disparità ritenuta non più accettabile.

La questione riguarda un presidio sanitario particolarmente importante per il territorio montano. Proprio per questo, secondo la FP CGIL Emilia-Romagna, non è pensabile che chi garantisce continuità assistenziale debba lavorare in condizioni peggiori rispetto ai colleghi degli altri ospedali della provincia. Il diritto al pasto durante il servizio non può diventare un elemento secondario, né può dipendere dalla sede in cui si lavora o dal giorno in cui si presta attività.

Secondo quanto segnalato dal sindacato, negli altri presidi provinciali il personale in turno nei giorni festivi può ordinare regolarmente il pasto anche in presenza di turni inferiori alle 12 ore. A Bobbio, invece, questa possibilità non sarebbe stata garantita. A ciò si aggiungerebbero ulteriori criticità relative ai criteri per l’accesso ai buoni pasto sostitutivi, con regole considerate penalizzanti per il personale che, per motivi organizzativi, non riesce a usufruire del servizio mensa. Si tratta di un problema concreto, che incide sulla qualità delle condizioni di lavoro e sul riconoscimento dovuto a chi ogni giorno assicura un servizio pubblico essenziale.

Nelle ultime ore, però, sulla vicenda è arrivata anche una replica da parte dell’Ausl. L’azienda sanitaria ha fatto sapere di aver già attivato le verifiche necessarie e di essere al lavoro per individuare una soluzione organizzativa che consenta di garantire ai dipendenti del presidio di Bobbio condizioni analoghe a quelle previste negli altri ospedali della provincia. Per quanto riguarda i criteri di accesso ai buoni pasto, l’Ausl ha inoltre annunciato un riscontro puntuale entro i tempi indicati, spiegando che gli approfondimenti sono già stati avviati.

Si tratta di un passaggio importante, perché riconosce l’esistenza del problema e apre finalmente alla possibilità di un intervento correttivo. Ora, però, alle verifiche e agli impegni dovranno seguire risposte concrete, rapide e misurabili. Per la FP CGIL Emilia-Romagna il punto resta chiaro: occorre assicurare uniformità di trattamento, coerenza con la normativa vigente e rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, anche nei presidi più periferici e nei turni festivi.

La vicenda di Bobbio riporta al centro una questione più ampia, che riguarda la qualità del lavoro nella sanità pubblica e l’attenzione che deve essere garantita a chi opera nei territori montani e nei servizi di prossimità. Non può esserci piena valorizzazione del personale senza il riconoscimento di diritti essenziali e senza condizioni organizzative adeguate. Per questo sarà fondamentale che l’impegno annunciato dall’Ausl si traduca in tempi rapidi in una soluzione stabile e definitiva.

La FP CGIL continuerà a seguire la situazione, chiedendo che alle parole corrispondano fatti concreti. Perché chi lavora all’ospedale di Bobbio non può più essere lasciato in una condizione di disparità rispetto al resto della rete sanitaria provinciale.


Sciopero al Nigrisoli il 31 marzo 2026: lavoratrici e lavoratori in mobilitazione

Il 31 marzo 2026 le lavoratrici e i lavoratori dell’Ospedale Privato Accreditato Nigrisoli sciopereranno per l’intera giornata. La mobilitazione, proclamata unitariamente da FP CGIL Bologna, CILSL FP area metropolitana bolognese e UILFPL area metropolitana Bologna, arriva al termine di mesi di confronto che non hanno prodotto risposte concrete sui nodi più urgenti che riguardano il personale, l’organizzazione del lavoro e la qualità complessiva del servizio.

Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo che questa giornata di sciopero rappresenti un passaggio importante. Non si tratta soltanto di una vertenza interna, ma di una questione che riguarda il valore del lavoro di cura, le condizioni in cui operano ogni giorno professioniste e professionisti della sanità e, di conseguenza, anche la qualità dell’assistenza garantita a pazienti e cittadini.

Una trattativa senza risultati concreti

Dopo mesi di incontri, la disponibilità mostrata dalla Direzione non si è tradotta in atti reali. Anche il tentativo di conciliazione in sede prefettizia, successivo all’apertura dello stato di agitazione, non ha portato a un esito positivo.

Alla base della protesta c’è un problema chiaro: alle richieste di valorizzazione del personale continuano a non corrispondere misure adeguate. Sul piano economico e professionale, le risposte restano insufficienti. In particolare, resta aperto il tema degli incrementi, dei premi e degli incentivi, così come quello della contrattazione integrativa aziendale, che dovrebbe servire a riconoscere concretamente il lavoro svolto dalle lavoratrici e dai lavoratori.

A questo si aggiunge il dato ormai non più rinviabile del contratto nazionale fermo da anni, una condizione che pesa sulle retribuzioni, sul riconoscimento professionale e sulla tenuta complessiva del settore.

Carichi di lavoro sempre più pesanti

Uno dei punti centrali della mobilitazione riguarda la grave carenza di personale. Quando gli organici non sono adeguati, il lavoro ricade su chi è già in servizio, con un aggravio costante dei carichi, ritmi sempre più difficili da sostenere e un peggioramento delle condizioni operative quotidiane.

Questa situazione non incide soltanto su chi lavora all’interno della struttura, ma rischia di avere effetti anche sulla qualità dell’assistenza e sulla sicurezza, sia dei pazienti sia degli stessi operatori. Per questo la vertenza del Nigrisoli parla a tutto il sistema sanitario: senza investimenti sul lavoro e senza condizioni dignitose per il personale, diventa più fragile anche il servizio reso alla collettività.

Sciopero per l’intera giornata e blocco dello straordinario

Per il 31 marzo 2026 è stato proclamato lo sciopero per l’intera giornata di lavoro, insieme al blocco dello straordinario. È una scelta forte, che nasce da una lunga fase di attesa e da una pazienza ormai esaurita.

Le lavoratrici e i lavoratori hanno anche rivolto delle scuse agli utenti, ai pazienti e ai familiari per i disagi che questa iniziativa potrà provocare. Ma il senso della protesta è proprio quello di difendere non solo i diritti di chi lavora, bensì anche la qualità del servizio sanitario e il diritto alla salute di tutte e tutti.

Le ragioni della mobilitazione

La protesta del Nigrisoli richiama alcuni temi fondamentali che non possono più essere lasciati sullo sfondo:

  • il riconoscimento economico e professionale del personale;
  • la necessità di una vera contrattazione integrativa aziendale;
  • il superamento della carenza di organico;
  • la riduzione dei carichi di lavoro eccessivi;
  • la tutela della qualità dell’assistenza e della sicurezza nei luoghi di cura.

Come FP CGIL Emilia-Romagna consideriamo queste rivendicazioni legittime e necessarie. Difendere il lavoro nella sanità significa difendere un presidio essenziale per la comunità. Per questo guardiamo con attenzione a questa mobilitazione e ribadiamo che il confronto deve produrre soluzioni concrete, non rinvii.

Una vertenza che chiede risposte immediate

Lo sciopero del 31 marzo non nasce all’improvviso, ma è il risultato di una situazione che si trascina da troppo tempo. Quando il confronto non porta a risultati, quando il personale continua a non vedere riconosciuto il proprio impegno e quando la carenza di organici diventa strutturale, la mobilitazione diventa uno strumento necessario.

Serve un cambio di passo reale. Servono risposte che valorizzino il personale, migliorino l’organizzazione del lavoro e garantiscano condizioni più giuste dentro una struttura che svolge un ruolo importante nel sistema sanitario. La vertenza aperta al Nigrisoli va letta in questa prospettiva: una richiesta di dignità, riconoscimento e qualità del servizio.


vigili del fuoco reggio

16 gennaio sciopero dei Vigili del Fuoco di Reggio Emilia: carenze di personale, mezzi obsoleti e il caso Castelnovo ne’ Monti

La FP CGIL Emilia-Romagna ha proclamato uno sciopero dei Vigili del Fuoco della provincia di Reggio Emilia per venerdì 16 gennaio, dalle ore 16 alle ore 20. Una mobilitazione che coinvolge tutto il personale e che nasce da criticità strutturali ormai non più sostenibili: una grave carenza di personale, mezzi di soccorso sempre più vecchi e inadeguati e la revoca dello status di “sede disagiata” al distaccamento di Castelnovo ne’ Monti, con il conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro e del servizio di soccorso in montagna.

Secondo la FP CGIL, queste problematiche non incidono solo sull’organizzazione del lavoro dei Vigili del Fuoco, ma mettono direttamente a rischio la sicurezza dei cittadini e l’incolumità degli operatori impegnati quotidianamente negli interventi di emergenza.

Castelnovo ne’ Monti: la revoca dello status di sede disagiata peggiora il soccorso in montagna

Uno dei nodi centrali della mobilitazione riguarda il distaccamento dei Vigili del Fuoco di Castelnovo ne’ Monti. La recente revoca dello status di “sede disagiata”, accompagnata dal cambio dell’orario di lavoro, ha determinato un forte peggioramento delle condizioni operative.

In particolare, la decisione ha spinto molti Vigili del Fuoco non residenti in montagna a chiedere il trasferimento verso altre sedi, causando la perdita di un patrimonio di esperienza fondamentale. Il soccorso in territori montani e impervi richiede infatti competenze che si costruiscono nel tempo: guidare mezzi pesanti su strade innevate, intervenire nei boschi, operare in condizioni di neve o ghiaccio non è qualcosa che si può apprendere con corsi di formazione di poche settimane.

I dati parlano chiaro. Con lo status di sede disagiata, nel distaccamento di Castelnovo ne’ Monti il 72% del personale era stabile, quindi con maggiore esperienza, mentre solo il 28% era soggetto a mobilità. Dopo la revoca, la situazione si è ribaltata: oggi solo il 41% dei Vigili del Fuoco è stabile, mentre il 59% è soggetto a mobilità.

Ancora più allarmante è il dato relativo ai Capi Squadra, figure chiave perché dirigono gli interventi e hanno la responsabilità del soccorso: solo il 13% è stabile, mentre l’87% è soggetto a mobilità. Una condizione che, secondo il sindacato, mette seriamente a rischio l’efficacia e la tempestività degli interventi in un territorio già complesso come quello montano.

Carenza di personale al Comando di Reggio Emilia

Alla questione organizzativa si aggiunge una grave carenza di organico. L’organico teorico del Comando dei Vigili del Fuoco di Reggio Emilia prevede 71 Vigili del Fuoco qualificati, cioè responsabili delle squadre di soccorso, e 148 Vigili del Fuoco operativi.

Ad oggi, però, risultano assegnati solo 54 qualificati e 127 operativi. A questi numeri vanno sottratti ulteriori lavoratori che, pur risultando formalmente in carico al Comando, prestano servizio altrove o usufruiscono di istituti previsti dalla legge, come la legge 104, i ricongiungimenti familiari o l’assistenza ai figli minori.

La presenza reale è quindi di 47 Vigili del Fuoco qualificati e 123 operativi. Questo si traduce in una carenza effettiva del 34% tra il personale qualificato e del 17% tra quello operativo. Una situazione che rende sempre più difficile garantire turni adeguati, squadre complete e un servizio di soccorso all’altezza delle necessità del territorio.

Mezzi di soccorso vecchi e spesso fuori servizio

A completare il quadro critico c’è lo stato dei mezzi di soccorso. L’età media delle Auto Pompe Serbatoio, mezzi fondamentali per gli interventi, è di 14 anni. Le APS più performanti in dotazione – un Iveco Stralis e due Mercedes Actros – nel 2026 raggiungeranno rispettivamente i 20, 19 e 18 anni di servizio.

Ancora più preoccupante è la situazione dell’autoscala della sede centrale di Reggio Emilia. Si tratta dell’unico mezzo disponibile e, quando non è fermo per riparazioni sempre più frequenti, garantisce interventi fondamentali per il soccorso in altezza, in particolare durante gli incendi di tetto tipici del periodo invernale. Nel 2026 l’autoscala compirà 30 anni.

Anche l’unica autogru in dotazione al Comando diventerà maggiorenne nel 2026 ed è spesso fuori servizio per guasti e manutenzioni. Per la FP CGIL si tratta di una situazione non più tollerabile, che limita gravemente la capacità di intervento dei Vigili del Fuoco.

Le richieste della FP CGIL Emilia-Romagna

Pur riconoscendo al Comandante provinciale, ingegner Antonio Annecchini, di aver sempre segnalato puntualmente queste criticità ai livelli superiori, la FP CGIL Emilia-Romagna ritiene indispensabile dare massima visibilità a problemi che mettono in difficoltà il soccorso e aumentano i rischi per chi opera ogni giorno in emergenza.

Per questo il sindacato chiede:

  • il ripristino, nel più breve tempo possibile, dell’orario di lavoro differenziato nella sede dei Vigili del Fuoco di Castelnovo ne’ Monti;

  • l’inserimento definitivo del distaccamento di Castelnovo ne’ Monti nell’elenco dei “distaccamenti disagiati” attualmente in discussione a livello ministeriale;

  • un aumento concreto del numero di Vigili del Fuoco qualificati effettivamente in servizio al Comando di Reggio Emilia;

  • l’assegnazione urgente di una nuova autoscala, una nuova autogru e di Auto Pompe Serbatoio più moderne ed efficienti.

Lo sciopero del 16 gennaio rappresenta quindi una richiesta forte e chiara di attenzione e interventi strutturali, per garantire sicurezza ai cittadini e condizioni di lavoro dignitose ai Vigili del Fuoco.


referendum no

Perché votare NO al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura

Una scelta che riguarda diritti, democrazia e Stato di diritto

Nelle prossime settimane il Paese sarà chiamato a esprimersi su una legge costituzionale che interviene sull’ordinamento della magistratura e introduce l’istituzione di una nuova Corte disciplinare. Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo necessario aprire un confronto pubblico ampio e informato: non siamo davanti a una questione “tecnica”, ma a un passaggio che tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato e, quindi, le garanzie democratiche di tutte e tutti.

Per questo sosteniamo le ragioni del NO e invitiamo lavoratrici e lavoratori, cittadine e cittadini a non sottovalutare l’impatto della riforma.


Cosa cambia con la riforma e perché diciamo NO

1) Indebolire l’autonomia della magistratura significa indebolire la democrazia

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio “di categoria”: è una garanzia per i cittadini, soprattutto per chi è più esposto a disuguaglianze, abusi, soprusi, poteri economici forti o decisioni arbitrarie. Se chi deve controllare il rispetto della legge diventa più vulnerabile a condizionamenti esterni, si indebolisce l’intero sistema di tutela dei diritti.


2) Il cuore della riforma è il CSM: più frammentato, più fragile

Uno dei punti centrali è la trasformazione del Consiglio Superiore della Magistratura: la riforma lo spezza e ridisegna i meccanismi di composizione. Viene introdotto il sorteggio per la scelta dei membri togati, presentato come risposta al correntismo. Ma un organo di autogoverno “in mano al caso” rischia di diventare più debole, meno competente, meno capace di svolgere la funzione di garanzia che la Costituzione gli attribuisce.

Accanto a questo, la selezione dei membri laici attraverso liste determinate dalla maggioranza parlamentare espone il sistema a un rischio evidente: aumentare il peso dell’interferenza politica su un organo che dovrebbe essere presidio di autonomia.


3) Separazione delle carriere: non accelera la giustizia, cambia il rapporto tra poteri

La riforma ripropone la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri come se fosse la soluzione ai problemi della giustizia. Ma i problemi urgenti sono altri: carenza di personale, arretrati, investimenti tecnologici insufficienti, organizzazione degli uffici.

Separare le carriere non rende automaticamente i processi più rapidi. Al contrario, può produrre un effetto sistemico: un pubblico ministero più isolato, con un autogoverno indebolito alle spalle. Nei sistemi in cui le carriere sono separate, il rischio segnalato da molti osservatori è che il PM tenda a dipendere più direttamente dall’esecutivo, con conseguenze potenzialmente gravi sul principio di imparzialità e sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


4) Alta Corte disciplinare: più permeabile alle pressioni, meno garanzie finali

La riforma introduce una nuova Alta Corte disciplinare con una composizione che include anche membri non magistrati e senza il controllo finale della Cassazione. Il rischio è che il procedimento disciplinare possa diventare uno strumento più esposto a pressioni esterne. In un quadro simile, la minaccia di sanzioni può trasformarsi in un condizionamento, soprattutto nei procedimenti più sensibili.


Cosa non c’è nella riforma: le risposte ai problemi veri della giustizia

Un punto decisivo, spesso rimosso dal dibattito: questa riforma non interviene sulle cause concrete che rendono la giustizia lenta e faticosa per cittadini e lavoratori. Non c’è un piano strutturale su organici, personale amministrativo, sedi, strumenti digitali, organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari.

Come FP CGIL Emilia-Romagna lo diciamo con chiarezza: se davvero si vuole una giustizia più efficiente e più vicina alle persone, servono risorse, assunzioni, formazione, innovazione tecnologica, e una programmazione stabile. Non uno stravolgimento costituzionale che rischia di spostare gli equilibri tra poteri e ridurre le garanzie.


Informarsi e partecipare: una scelta che riguarda tutte e tutti

Il Comitato “Società civile per il NO”, promosso da realtà associative e sindacali (tra cui la CGIL), ha avviato una campagna di informazione e mobilitazione con lo slogan: “Vota NO per difendere giustizia, Costituzione, democrazia”. Come FP CGIL Emilia-Romagna condividiamo l’urgenza di un confronto pubblico vero: non è una battaglia corporativa, è una scelta che incide sullo Stato di diritto e sulla tutela dei diritti.


agenzia entrate reggio emilia

Aggressione all’Agenzia delle Entrate di Reggio Emilia: FP CGIL chiede più sicurezza per i lavoratori pubblici

Un grave episodio di violenza si è verificato nei giorni scorsi all’Agenzia delle Entrate di Reggio Emilia, dove un utente in escandescenza ha forzato l’ingresso degli uffici, ferendo un lavoratore che ha dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso.
L’intervento tempestivo dei carabinieri ha evitato conseguenze peggiori, ma l’episodio riporta con forza al centro del dibattito il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici.

La FP CGIL Emilia-Romagna, insieme alla struttura provinciale di Reggio Emilia, condanna con fermezza l’accaduto e chiede interventi immediati per tutelare chi quotidianamente garantisce servizi essenziali ai cittadini.
«La crescente fragilità dell’utenza e l’aumento dei bisogni rendono il lavoro pubblico sempre più esposto – dichiara la segreteria FP CGIL –. Servono misure concrete per garantire la sicurezza di chi lavora in prima linea, spesso in condizioni di carenza di personale e risorse».

Il sindacato ha chiesto alla direzione dell’Agenzia delle Entrate di intervenire con urgenza in tutte le sedi accessibili al pubblico, prevedendo la presenza di guardie giurate e l’installazione di telecamere agli ingressi e negli atri.
Secondo la FP CGIL, questi strumenti non solo faciliterebbero l’individuazione dei responsabili di episodi di violenza, ma agirebbero anche come deterrente, prevenendo il ripetersi di simili aggressioni.

«Difendere chi lavora nei servizi pubblici – conclude la FP CGIL Emilia-Romagna – significa difendere la qualità stessa dei servizi e la dignità di chi li garantisce ogni giorno ai cittadini».


104

Legge 104, il DAP discrimina le coppie dello stesso sesso: la denuncia della FP CGIL

La FP CGIL Emilia-Romagna denuncia con forza la scelta del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di cancellare i diritti riconosciuti dalla Legge 104/1992 alle lavoratrici e ai lavoratori che fanno parte di unioni civili.
Una decisione grave e discriminatoria, che nega diritti consolidati e introduce una distinzione inaccettabile tra coppie eterosessuali e coppie dello stesso sesso.

Dopo anni di battaglie e di riconoscimenti, la normativa e la giurisprudenza avevano finalmente esteso i benefici della Legge 104 anche ai partner delle unioni civili, equiparandoli ai coniugi. La decisione del DAP, formalizzata con una circolare interna del 7 ottobre 2025, cancella con un colpo di spugna questi diritti per chi lavora negli istituti penitenziari.
Secondo quanto scritto nella circolare, la norma “non si applica alle unioni civili”, richiamando impropriamente il Codice Civile e ignorando la Legge 76/2016, che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso.

La FP CGIL sottolinea come questa posizione sia in contrasto con la Legge 104, con la Costituzione e con il contratto collettivo nazionale di lavoro del pubblico impiego, dove è chiaramente previsto che i permessi per assistenza familiare spettino “senza distinzione di sesso o di orientamento”.
“È inaccettabile – dichiara la FP CGIL – che un’amministrazione pubblica discrimini lavoratrici e lavoratori sulla base del tipo di unione affettiva. I diritti non si cancellano con una circolare.”

La FP CGIL ha chiesto spiegazioni formali al Ministero della Giustizia e al DAP, avviando un’azione legale e sindacale per ripristinare immediatamente il rispetto dei diritti previsti dalla Legge 104.
Il sindacato continuerà a sostenere tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti e a battersi contro ogni forma di discriminazione dentro e fuori le carceri.


bonus mamme 2025

Bonus Mamme 2025: cosa prevede e come fare domanda

Il Bonus Mamme 2025 sostituisce per quest’anno l’esonero contributivo previsto dalla Legge di Bilancio 2025 per le lavoratrici madri. Dopo mesi di incertezza dovuti alla mancata emanazione del decreto attuativo, il Decreto Legge 95/2025 introduce una nuova misura di sostegno economico, destinata alle madri lavoratrici dipendenti e autonome.


A chi spetta il Bonus Mamme 2025

Il bonus è rivolto a:

  • Lavoratrici dipendenti (escluse le lavoratrici domestiche)

  • Lavoratrici autonome

  • Con reddito annuo da lavoro fino a 40.000 euro

  • Madri di almeno due figli, con il più piccolo fino a 10 anni

  • Oppure madri di almeno tre figli, con il più piccolo fino a 18 anni, purché con contratto autonomo o a tempo determinato

Restano escluse le lavoratrici domestiche e le madri con contratto a tempo indeterminato e almeno tre figli, che continuano a beneficiare dell’esonero contributivo fino a 3.000 euro annui introdotto nel 2024.


Come funziona

Il bonus prevede:

  • Importo: 40 euro per ogni mese lavorato nel 2025

  • Erogazione: in un’unica soluzione a fine anno, previa domanda all’INPS

Questa modalità, secondo la CGIL, limita l’efficacia della misura, poiché non garantisce un sostegno mensile costante e immediato alle famiglie.


Come presentare la domanda

La domanda può essere inoltrata tramite i patronati.
Il Patronato INCA CGIL offre assistenza gratuita nella compilazione e nell’invio della richiesta.

  • Le domande vanno presentate entro 40 giorni dalla pubblicazione della circolare INPS del 28 ottobre 2025

  • Le lavoratrici che maturano i requisiti successivamente possono fare domanda fino al 31 gennaio 2026

Per le lavoratrici madri minorenni o incapaci di agire, la domanda deve essere inoltrata dal genitore o dal tutore/curatore, previa verifica dei requisiti.


Le criticità secondo la FP CGIL Emilia-Romagna

La FP CGIL Emilia-Romagna evidenzia le principali debolezze del Bonus Mamme 2025:

  • Assenza di progressività: la misura non tiene conto delle reali condizioni economiche delle famiglie

  • Mancanza di certezze: restano dubbi su modalità di richiesta e tempi di erogazione, poiché il decreto attuativo non è ancora stato pubblicato

  • Effetto annuncio: l’erogazione in un’unica soluzione appare più simbolica che concreta nel migliorare il benessere delle madri lavoratrici

Per la CGIL servono misure strutturali e permanenti, non bonus temporanei che rischiano di creare disuguaglianze e incertezza.


Hai diritto al Bonus Mamme 2025? Rivolgiti all’INCA CGIL

La normativa prevede casi differenti e spesso complessi.
Per sapere se hai diritto al bonus e come presentare domanda, puoi rivolgerti al Patronato INCA CGIL, presente con 117 sedi provinciali e oltre 700 sedi zonali in tutta Italia.


19 settembre: scioperi e mobilitazioni della CGIL in Emilia-Romagna per Gaza

La CGIL ha proclamato per venerdì 19 settembre 2025 una giornata di sciopero e mobilitazione nazionale per chiedere la fine del massacro a Gaza, il riconoscimento dello Stato di Palestina e corridoi umanitari immediati.

In Emilia-Romagna lo sciopero coinvolgerà le ultime 4 ore del turno di lavoro in tutti i settori, ad eccezione dei servizi essenziali regolati dalla legge 146/90. Le lavoratrici e i lavoratori dei servizi essenziali, impossibilitati a scioperare, parteciperanno comunque con assemblee e momenti di mobilitazione nei luoghi di lavoro.

Gli appuntamenti città per città

  • Bologna – Ritrovo ore 17.00 in Piazza Roosevelt, corteo alle ore 17.30.

  • Ferrara – Ore 15.00 concentramento alla Camera del Lavoro (Piazza Verdi), corteo verso la Prefettura.

  • Modena – Manifestazione alle ore 15.00 davanti alla Prefettura.

  • Reggio Emilia – Presidio alle ore 17.00 davanti alla Prefettura (Corso Garibaldi 55).

  • Ravenna – Ore 15.30 concentramento al parcheggio Pala De André, partenza corteo alle ore 16 con arrivo alla Darsena di Città.

  • Forlì-Cesena – Ore 17.00 mobilitazione in Piazza Ordelaffi a Forlì.

  • Imola – Presidio ore 17.00 in Piazza Conciliazione (piazzetta dell’Ulivo), corteo fino a Piazza Caduti per la Libertà.

  • Piacenza – Presidio ore 16.30 in Piazza del Tempio davanti alla Prefettura.

  • Parma – Presidio dalle 16 alle 18 in Piazzale della Pace

  • Rimini – Presidio ore 17.30 davanti alla Prefettura.

Fermare la barbarie e costruire la pace

La CGIL denuncia l’assedio e l’invasione della Striscia di Gaza, che hanno causato decine di migliaia di vittime civili. La mobilitazione del 19 settembre è un atto di solidarietà concreta con il popolo palestinese e un appello alle istituzioni italiane ed europee per sospendere ogni collaborazione militare e commerciale con Israele, avviare un percorso diplomatico e riconoscere lo Stato di Palestina.

Le lavoratrici, i lavoratori, le associazioni e la società civile sono chiamati a partecipare numerosi, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per chiedere pace, democrazia e diritti per tutte e tutti.


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