Autonomia differenziata: sanità e diritti non possono dipendere dal territorio
Il percorso dell’autonomia differenziata torna al centro del confronto istituzionale. Gli schemi di intesa tra il Governo e le Regioni Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte riguardano alcune funzioni relative a protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa e tutela della salute. Veneto, Liguria e Lombardia hanno già approvato gli schemi nei rispettivi Consigli regionali, mentre in Piemonte l’iter è ancora in corso.
Un percorso che la FP CGIL Emilia-Romagna guarda con forte preoccupazione, soprattutto per le conseguenze che ulteriori forme di autonomia potrebbero avere sulla sanità pubblica, sulle condizioni di lavoro e sull’uniformità dei diritti garantiti alle cittadine e ai cittadini.
Autonomia differenziata e sanità pubblica
Il nodo principale riguarda proprio la tutela della salute. Le intese prevedono ulteriori margini di autonomia regionale su alcune funzioni legate all’organizzazione e al finanziamento dei sistemi sanitari. In Liguria, ad esempio, lo schema approvato comprende la possibilità di intervenire sulle tariffe di rimborso, sulle risorse destinate al personale sanitario, sugli investimenti e sulla gestione di alcune risorse del servizio sanitario regionale.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna il rischio è quello di accentuare una differenziazione già molto forte tra i sistemi sanitari regionali. Regioni con maggiori disponibilità economiche potrebbero avere più possibilità di investire sul personale e sui servizi, aumentando la competizione per medici, infermieri e professionisti sanitari.
Una dinamica che potrebbe incidere non soltanto sui territori con minori risorse, ma sull’intero Servizio sanitario nazionale, aumentando la mobilità sanitaria e rendendo ancora più difficile garantire ovunque gli stessi livelli di assistenza.
La Corte costituzionale e i limiti all’autonomia
Sul percorso dell’autonomia differenziata è già intervenuta la Corte costituzionale con la sentenza 192 del 2024, dichiarando illegittime diverse disposizioni della legge 86/2024.
In particolare, la Consulta ha stabilito che l’autonomia non possa tradursi nel trasferimento generalizzato di intere materie: devono essere individuate specifiche funzioni, sulla base di una motivazione adeguata e di un’istruttoria coerente con il principio di sussidiarietà.
Proprio per questo, secondo la FP CGIL Emilia-Romagna, ogni ulteriore passaggio deve essere valutato a partire dalle sue conseguenze concrete sui servizi pubblici e sui diritti.
Diritti e lavoro pubblico devono restare universali
La questione non riguarda soltanto l’organizzazione amministrativa delle Regioni. Riguarda il modello di servizio pubblico che si vuole costruire.
Sanità, welfare e servizi territoriali devono continuare a garantire diritti universali, indipendentemente dal luogo in cui una persona nasce, vive o lavora. Allo stesso modo, occorre evitare che la crescente differenziazione tra territori produca nuove disparità anche per le lavoratrici e i lavoratori dei servizi pubblici.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna è quindi necessario rafforzare il Servizio sanitario nazionale, investire sul personale, garantire adeguate risorse ai servizi pubblici e ridurre le differenze territoriali già esistenti.
L’obiettivo deve essere quello di tenere insieme qualità del lavoro, universalità dei servizi e uguaglianza dei diritti, evitando che il luogo di residenza diventi sempre più determinante per l’accesso alla salute e alle prestazioni pubbliche.
120 anni di CGIL: una storia di lavoro, diritti e democrazia
Nel 2026 la CGIL compie 120 anni. Un anniversario che non rappresenta soltanto una ricorrenza, ma l’occasione per guardare a una storia che attraversa più di un secolo di trasformazioni del lavoro, della società e del nostro Paese.
La storia della CGIL comincia nel 1906 a Milano, quando cinquecento delegati diedero vita alla Confederazione Generale del Lavoro. Da allora generazioni di lavoratrici e lavoratori hanno costruito un patrimonio collettivo fatto di organizzazione, partecipazione, mobilitazioni e conquiste.
Celebrare i 120 anni della CGIL significa quindi ripercorrere una parte importante della storia italiana attraverso il punto di vista del lavoro e di chi, organizzandosi insieme, ha lottato per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle dell’intera società.
120 anni dalla parte del lavoro
In oltre un secolo sono cambiati profondamente il lavoro, l’economia, le professioni e i servizi. Sono cambiate le forme della produzione e dell’organizzazione sociale, così come le condizioni e i bisogni delle persone.
Dentro queste trasformazioni, la CGIL ha continuato a rappresentare lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati, facendo del lavoro uno degli elementi fondamentali della vita democratica del Paese.
Questa storia è fatta di diritti conquistati, conflitti, avanzamenti e momenti difficili, ma soprattutto della partecipazione di milioni di persone. Donne e uomini che, nei luoghi di lavoro e nei territori, hanno scelto di organizzarsi per costruire condizioni migliori, chiedere salari e tutele adeguate, difendere la dignità del lavoro e rafforzare i servizi pubblici.
È una storia collettiva, che appartiene a chi ogni giorno ha dato e continua a dare vita al sindacato.
Lavoro e democrazia, una storia che continua
Il titolo scelto per questo anniversario, “Democrazia al Lavoro”, richiama un legame che attraversa tutta la storia della CGIL: quello tra il riconoscimento dei diritti nel lavoro e la qualità stessa della democrazia.
Per noi della FP CGIL Emilia-Romagna, ricordare questi 120 anni significa anche guardare al ruolo svolto dalle lavoratrici e dai lavoratori dei servizi pubblici e di tutti quei settori che ogni giorno garantiscono diritti fondamentali alle persone e tengono insieme le nostre comunità.
Sanità, enti locali, servizi educativi, funzioni dello Stato, soccorso, assistenza e cura sono parte di questa storia. Dietro ogni servizio pubblico ci sono persone, professionalità e competenze che contribuiscono concretamente alla vita democratica del Paese.
Per questo la memoria non può essere separata dal presente.
Conoscere la nostra storia per costruire il futuro
Per raccontare i suoi primi 120 anni, la CGIL ha costruito un grande percorso audiovisivo composto da oltre 120 video, dedicati ai passaggi decisivi della storia dell’organizzazione e del Paese.
Il racconto attraversa dodici grandi periodi storici, introdotti dalla storica Michela Ponzani, e nasce grazie alla consulenza della Fondazione Di Vittorio e al patrimonio conservato negli archivi storici della CGIL, del Movimento Operaio e dell’Istituto Gramsci.
Parole, immagini e documenti permettono di ricostruire le mobilitazioni, i conflitti sociali, le trasformazioni e le conquiste che hanno accompagnato la CGIL dalla sua nascita fino al presente.
Conoscere questa storia significa comprendere meglio da dove arrivano molti dei diritti che oggi consideriamo parte della nostra quotidianità. Ma significa soprattutto ricordare che nessun diritto è acquisito una volta per tutte.
A 120 anni dalla nascita della CGIL, il filo che lega passato, presente e futuro resta quello della partecipazione e dell’organizzazione collettiva.
Una storia lunga 120 anni, quindi, ma soprattutto una storia che continua: nel lavoro, nei territori, nei servizi pubblici e nelle battaglie per nuovi diritti e nuove tutele.
Puoi vederli qui
Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia Sociale: ora gli impegni diventino realtà
L’8 settembre 2026 è stato firmato il nuovo Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia Sociale dell’Emilia-Romagna, sottoscritto dalla Regione insieme alle istituzioni locali, alle organizzazioni sindacali e datoriali, al mondo della cooperazione, delle professioni, dell’università e del Terzo settore. Un accordo che aggiorna il progetto di sviluppo regionale mettendo al centro lavoro di qualità, diritti, welfare, sostenibilità e contrasto alle disuguaglianze.
Come CGIL abbiamo contribuito alla costruzione del Patto attraverso il confronto e la contrattazione, ottenendo impegni importanti per lavoratrici e lavoratori e per la qualità dei servizi pubblici. Tra questi, il rafforzamento della sanità pubblica e universalistica, la valorizzazione delle professioni sanitarie attraverso retribuzioni, assunzioni, percorsi di carriera e formazione, ma anche un investimento più generale sulle persone che lavorano nella Pubblica Amministrazione, negli Enti locali e nei servizi sociosanitari.
Il Patto riconosce infatti che le trasformazioni in corso richiedono uno straordinario investimento nel lavoro pubblico, rafforzando competenze, motivazione e capacità delle amministrazioni di attrarre nuove professionalità. Allo stesso tempo, conferma impegni importanti sulla qualità degli appalti, sulla corretta applicazione dei contratti collettivi, sulla continuità occupazionale nei cambi d’appalto, sulla salute e sicurezza e sul contrasto al dumping contrattuale.
Per la CGIL Emilia-Romagna il valore del Patto sta anche nel metodo: il confronto preventivo tra istituzioni e parti sociali viene confermato come strumento per affrontare le principali scelte che riguardano il territorio, il lavoro e i servizi.
Per noi della FP CGIL Emilia-Romagna, però, la firma rappresenta un punto di partenza e non di arrivo. Saremo impegnati perché gli impegni assunti non restino sulla carta e trovino piena attuazione nei territori, nelle amministrazioni e nei servizi.
Pensione anticipata a 64 anni con il Tfr: il costo ricade su lavoratrici e lavoratori
Torna al centro del dibattito sulle pensioni l’ipotesi di utilizzare il Tfr per consentire l’accesso alla pensione anticipata a 64 anni. Una proposta che non introduce una vera flessibilità nel sistema previdenziale, ma rischia di scaricare interamente sulle lavoratrici e sui lavoratori il costo dell’uscita anticipata.
Siamo contrari a un meccanismo che chiede alle persone di utilizzare risorse che appartengono già a loro per poter lasciare prima il lavoro, accettando in alcuni casi anche una riduzione permanente dell’assegno pensionistico.
Il punto è fondamentale: il Tfr è salario differito. Sono risorse maturate attraverso il lavoro, non fondi pubblici con cui finanziare una riforma delle pensioni.
Pensione a 64 anni: una soglia sempre più difficile da raggiungere
I dati dell’analisi dell’Osservatorio previdenza della CGIL nazionale, aggiornata al 6 settembre 2026, mostrano quanto sia diventato progressivamente più difficile raggiungere il requisito economico necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva.
Nel 2022 era necessario maturare una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, corrispondente a 1.310,68 euro mensili.
Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, raggiungendo 1.638,72 euro al mese. Dal 2030 è previsto il passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale: nelle simulazioni della CGIL la soglia arriverebbe a circa 1.818,94 euro mensili.
Tra il 2022 e il 2026, quindi, l’asticella si è alzata di circa 328 euro al mese. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio, per colmare questa distanza sarebbe necessario un montante contributivo aggiuntivo di circa 83.851 euro, equivalente a quasi 254.000 euro di maggiore retribuzione accumulata nel corso della vita lavorativa.
Nel 2030 la distanza rispetto alla soglia del 2022 arriverebbe a circa 508 euro mensili e il montante necessario in più salirebbe a quasi 130.000 euro.
È proprio qui che emerge una delle principali contraddizioni della proposta: prima si rende più difficile raggiungere il requisito necessario per andare in pensione e poi si chiede alle lavoratrici e ai lavoratori di utilizzare il proprio Tfr per superare quella stessa barriera.
Il Tfr non risolve il problema dei salari medio-bassi
La questione diventa ancora più evidente se si confrontano le soglie previdenziali con i salari reali.
L’Osservatorio CGIL prende come riferimento l’ultima retribuzione media annua comunicata dall’Inps per il 2024 per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi agricoltura e lavoro domestico: 24.486 euro lordi annui.
Dietro questa media si nasconde inoltre un forte divario di genere: la retribuzione media degli uomini raggiunge i 27.967 euro annui, mentre quella delle donne si ferma a 19.833 euro.
È a partire da questi numeri che deve essere valutata qualsiasi proposta di riforma previdenziale. Il sistema non può essere costruito immaginando soltanto carriere continue, salari elevati e percorsi contributivi senza interruzioni, quando una parte consistente del mercato del lavoro è caratterizzata da retribuzioni basse, precarietà e discontinuità.
Le simulazioni mostrano infatti che proprio per chi avrebbe maggiore necessità di una vera flessibilità in uscita l’utilizzo del Tfr rischia di non essere sufficiente.
Con una retribuzione annua di 30.000 euro e 30 anni di contribuzione, ad esempio, la pensione simulata a 64 anni sarebbe di circa 1.110 euro al mese.
Una cifra molto distante dai 1.638,72 euro richiesti nel 2026. Anche aggiungendo il Tfr stimato, il montante complessivo continuerebbe a non essere sufficiente per raggiungere la soglia.
La possibilità di utilizzare il Tfr viene quindi presentata come un’opportunità, ma rischia di rimanere concretamente inaccessibile proprio alle lavoratrici e ai lavoratori con retribuzioni medio-basse.
Per chi è nel sistema misto una pensione più bassa per tutta la vita
C’è poi un secondo elemento particolarmente rilevante per chi ha maturato almeno una parte della contribuzione prima del 1996.
L’ipotesi di consentire anche a queste lavoratrici e lavoratori l’uscita a 64 anni sarebbe accompagnata dal ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo.
Il risultato sarebbe una riduzione permanente dell’assegno.
Con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35.000 euro, secondo le simulazioni CGIL, la pensione calcolata con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro al mese. Con il ricalcolo interamente contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro.
Significa oltre 182 euro in meno ogni mese, pari a una riduzione del 10,6%.
Con una retribuzione annua di 50.000 euro la perdita arriverebbe a circa 261 euro mensili, mentre con 70.000 euro supererebbe i 365 euro al mese.
E non si tratta di una penalizzazione limitata ai primi anni di pensionamento: l’assegno rimarrebbe più basso per tutta la vita.
Considerando la speranza di vita residua media a 64 anni utilizzata nell’analisi CGIL, la perdita complessiva viene stimata in circa 52.500 euro per il profilo con una retribuzione da 35.000 euro, circa 75.000 euro per quello da 50.000 e oltre 105.000 euro per il profilo da 70.000 euro.
Per le donne, tenendo conto della maggiore speranza di vita media, la perdita cumulata potrebbe risultare ancora superiore.
Pensione ridotta e Tfr utilizzato per raggiungere la soglia
Il paradosso emerge ancora più chiaramente considerando chi, anche dopo aver accettato il ricalcolo contributivo della pensione, continuerebbe a non raggiungere il requisito economico richiesto per uscire a 64 anni.
Nel caso di una lavoratrice o di un lavoratore con una retribuzione annua di 35.000 euro, dopo il ricalcolo contributivo l’assegno scenderebbe a circa 1.543,38 euro mensili, restando comunque al di sotto della soglia di 1.638,72 euro prevista nel 2026.
Per raggiungere il requisito sarebbe quindi necessario trasformare in rendita anche circa 24.360 euro del proprio Tfr.
La lavoratrice o il lavoratore si troverebbe così a dover accettare contemporaneamente due condizioni: una pensione pubblica più bassa per tutta la vita e l’utilizzo di una parte del proprio trattamento di fine rapporto per poter accedere all’uscita anticipata.
Il Tfr trasformato in rendita naturalmente non scompare, ma viene meno la disponibilità di quel capitale. In sostanza, vengono impiegate risorse private già appartenenti alla persona per soddisfare un requisito stabilito dalla legge.
Giovani e donne rischiano di pagare il prezzo più alto
Il problema non riguarda soltanto chi si avvicina oggi alla pensione. Le caratteristiche del mercato del lavoro determinano direttamente la pensione di domani e rendono la questione particolarmente delicata per giovani e donne.
Nel sistema contributivo salari bassi, periodi di disoccupazione, part-time involontario e carriere frammentate producono effetti che si accumulano durante tutta la vita lavorativa.
Chi entra tardi nel mercato del lavoro, alterna contratti precari o percepisce retribuzioni insufficienti non affronta soltanto un problema economico nell’oggi: accumula meno contributi e rischia di arrivare alla pensione con un assegno molto più basso.
Per le donne questa dinamica si intreccia con disuguaglianze ancora più profonde. Retribuzioni mediamente inferiori, maggiore diffusione del part-time, carriere più discontinue e una quota ancora troppo elevata del lavoro di cura continuano a produrre conseguenze sia sul reddito presente sia sulla pensione futura.
Il divario salariale e occupazionale di oggi non può trasformarsi automaticamente nel divario pensionistico di domani.
Una vera riforma delle pensioni parte dal lavoro e dai salari
Per questo la discussione sulla previdenza non può essere ridotta alla ricerca di nuovi meccanismi attraverso i quali le persone finanzino autonomamente la propria uscita anticipata.
La prima politica previdenziale è una politica capace di garantire lavoro stabile, salari adeguati e contribuzione sufficiente.
Aumentare le retribuzioni significa migliorare oggi le condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche aumentare la contribuzione e costruire pensioni più dignitose per il futuro.
Allo stesso modo, aumentare l’occupazione, a partire da quella femminile e giovanile, significa ampliare la base contributiva e rafforzare la sostenibilità complessiva del sistema previdenziale.
Servono quindi il rafforzamento della contrattazione collettiva, il contrasto ai contratti pirata, politiche contro la precarietà e il part-time involontario e un maggiore riconoscimento del lavoro di cura.
A tutto questo deve accompagnarsi una vera flessibilità in uscita, che tenga conto della diversa gravosità dei lavori e dei percorsi professionali, insieme a una pensione contributiva di garanzia capace di tutelare soprattutto le giovani generazioni e chi ha avuto carriere povere e discontinue.
La pensione anticipata a 64 anni con il Tfr, nelle condizioni ipotizzate, non va in questa direzione.
Non si può presentare come una nuova tutela un sistema nel quale, per lasciare prima il lavoro, le persone devono utilizzare il proprio salario differito e, in alcuni casi, accettare contemporaneamente una pensione più bassa per tutta la vita.
Per FP CGIL Emilia-Romagna una riforma previdenziale deve garantire maggiore equità e una reale possibilità di scelta, senza trasformare il diritto alla pensione in un anticipo che ogni lavoratrice e ogni lavoratore deve pagarsi con risorse proprie.
Le tutele assicurative per le iscritte e gli iscritti FP CGIL
Essere iscritti alla FP CGIL significa poter contare non solo sulla rappresentanza sindacale e sulla tutela collettiva, ma anche su strumenti concreti di protezione nell’attività professionale.
Per questo la Funzione Pubblica CGIL mette a disposizione delle proprie iscritte e dei propri iscritti tre importanti coperture assicurative dedicate al personale sanitario, alla dirigenza e al personale amministrativo dei comparti pubblici.
Le tutele riguardano la responsabilità civile per colpa grave sanitaria, la tutela legale per le aree della dirigenza e la responsabilità amministrativa e amministrativo-contabile per il personale non dirigente della Pubblica amministrazione.
RC colpa grave sanitaria per il personale pubblico e privato
La prima copertura è dedicata al personale sanitario non dirigente e non medico dei comparti pubblici e privati assoggettati alla Legge Gelli.
Nello svolgimento della propria attività professionale, una lavoratrice o un lavoratore può essere chiamato a rispondere di danni causati a persone o amministrazioni. Per le persone iscritte alla FP CGIL è prevista una polizza gratuita che offre protezione dai rischi derivanti dalla colpa grave.
La copertura prevede:
- un massimale di 750.000 euro per ogni iscritto;
- una retroattività di 10 anni;
- un’ultrattività di 10 anni;
- nessuno scoperto;
- nessuna franchigia;
- nessun massimale aggregato.
La polizza comprende inoltre la responsabilità amministrativa e amministrativo-contabile, i casi di condanna in solido con l’azienda, la chiamata in causa del proprio datore di lavoro e la messa a disposizione gratuita di legali da parte della compagnia in caso di sinistro.
La copertura è coerente con il Decreto ministeriale 232/2023, che contiene i provvedimenti attuativi della Legge Gelli.
È inoltre possibile attivare, a carico dell’iscritto, un’estensione individuale per l’attività libero-professionale extra moenia.
Per informazioni, certificazioni o chiarimenti è possibile rivolgersi alla propria struttura FP CGIL di riferimento.
In caso di sinistro è possibile contattare il broker all’indirizzo:
info.locoratolobroker@gmail.com
Tutela legale per medici, dirigenti e professionisti sanitari
La seconda tutela è rivolta alle aree della dirigenza e, in particolare, a medici, specializzandi, veterinari, dirigenti sanitari pubblici, privati o convenzionati e dirigenti della Pubblica amministrazione.
La FP CGIL garantisce alle persone iscritte una tutela legale per l’attività professionale nei procedimenti penali e nei procedimenti davanti alla Corte dei conti.
La copertura prevede l’anticipo delle spese legali fino a 50.000 euro per ogni sinistro, con una franchigia fissa di 1.900 euro.
Si tratta di uno strumento importante per affrontare con maggiore sicurezza eventuali controversie connesse all’esercizio della propria funzione e alle responsabilità professionali.
Per maggiori informazioni è possibile rivolgersi alla propria struttura territoriale FP CGIL oppure contattare il broker assicurativo:
fabriziolocoratolo.broker@gmail.com
Telefono: 344 1148991, dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 13.
Responsabilità amministrativa e amministrativo-contabile per i dipendenti pubblici
La terza copertura è dedicata al personale non dirigente della Pubblica amministrazione e riguarda la responsabilità amministrativa e amministrativo-contabile.
Anche in questo caso, per le iscritte e gli iscritti FP CGIL la polizza è gratuita e tutela dai rischi connessi a eventuali danni causati nello svolgimento dell’attività lavorativa.
La copertura prevede:
- un massimale di 1.500.000 euro per ogni iscritto;
- una retroattività di 10 anni;
- un’ultrattività di 10 anni;
- nessuno scoperto;
- nessuna franchigia;
- nessun massimale aggregato.
Tra le ulteriori garanzie sono comprese l’azione civile promossa dall’ente e i danni materiali e corporali in caso di accertamento della colpa grave da parte della Corte dei conti.
Sono inclusi anche i danni ai mezzi, con un sottolimite di 100.000 euro.
Nei procedimenti davanti alla Corte dei conti, la compagnia assume inoltre il ruolo di litisconsorte necessario. La copertura è indicata come coerente con la Legge 1/2026.
Per informazioni, certificazioni o chiarimenti è possibile rivolgersi alla propria struttura FP CGIL di riferimento.
In caso di sinistro è possibile contattare il broker all’indirizzo:
Essere iscritti significa essere più tutelati
Le responsabilità professionali sono sempre più complesse e possono avere conseguenze rilevanti sul piano personale, economico e giudiziario.
Per questo la FP CGIL Emilia-Romagna considera fondamentale affiancare alla tutela sindacale strumenti assicurativi chiari, accessibili e adeguati alle diverse professionalità.
Le tre coperture rappresentano un sostegno concreto per chi lavora nella sanità, nella Pubblica amministrazione e nei ruoli dirigenziali.
Per conoscere nel dettaglio le condizioni delle polizze, ricevere assistenza o verificare la propria copertura è possibile contattare la struttura FP CGIL del proprio territorio.
Previdenza complementare: cosa cambia dal 1° luglio 2026
Dal 1° luglio 2026 entrano in vigore nuove regole sulla previdenza complementare, introdotte dalla Legge di Bilancio 2026. Le principali novità riguardano l’adesione automatica per chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro, la destinazione del TFR e le modalità con cui sarà possibile ricevere le prestazioni accumulate nei fondi pensione.
Cambiamenti importanti, che rendono ancora più necessario essere informati sulle scelte previdenziali e sulle conseguenze che queste possono avere nel lungo periodo.
Adesione automatica alla previdenza complementare per chi è alla prima occupazione
La novità più rilevante riguarda i lavoratori e le lavoratrici dipendenti del settore privato alla prima occupazione, per i quali è prevista l’iscrizione automatica a una forma di previdenza complementare.
L’adesione scatterà dal primo giorno di assunzione. Il lavoratore potrà comunque decidere di rinunciare entro 60 giorni.
Con l’adesione automatica, il TFR maturando viene destinato al fondo pensione. Vengono inoltre versati il contributo del lavoratore, quando previsto dal contratto collettivo applicato, e soprattutto il contributo aggiuntivo del datore di lavoro previsto dal CCNL.
Quest’ultimo rappresenta una quota di salario aggiuntiva costruita attraverso la contrattazione collettiva e costituisce uno degli elementi da valutare con attenzione quando si decide se aderire alla previdenza complementare.
Se il contratto collettivo non individua uno specifico fondo pensione di riferimento, è prevista l’iscrizione automatica al fondo individuato dalla normativa.
L’automatismo non si applica ai rapporti di lavoro con una durata fino a due mesi.
Cosa succede a chi ha già lavorato
Per chi non è alla prima occupazione continua invece a valere, in linea generale, la scelta effettuata in precedenza sulla destinazione del proprio TFR.
Chi risultava già iscritto a un fondo pensione e destinava al fondo tutto o parte del TFR continuerà quindi su quella strada anche con un nuovo rapporto di lavoro.
Chi, invece, aveva scelto di lasciare il TFR in azienda o nel Fondo di Tesoreria INPS, continuerà a mantenerlo con questa destinazione, fermo restando che la scelta effettuata in passato potrà essere modificata secondo le modalità previste.
Per questo è importante conoscere la propria situazione previdenziale prima di iniziare un nuovo rapporto di lavoro.
Cambiano anche le prestazioni dei fondi pensione
Dal 1° luglio aumentano inoltre le possibilità di utilizzo del capitale accumulato attraverso la previdenza complementare.
Rimane possibile, nei casi previsti, ricevere l’intero montante sotto forma di capitale al momento del pensionamento quando la posizione accumulata non supera determinate soglie. Tali soglie possono variare in base a elementi come l’età di pensionamento e devono quindi essere verificate caso per caso.
Resta comunque centrale la finalità previdenziale della previdenza complementare: il risparmio accumulato serve innanzitutto a integrare la pensione pubblica.
Più possibilità nella scelta della rendita
Le nuove regole introducono una maggiore flessibilità anche nella fase di erogazione della prestazione.
Accanto alla tradizionale rendita vitalizia, saranno possibili forme di rendita temporanea per un periodo determinato, prestazioni frazionate o programmate nel tempo e soluzioni che combinano una quota iniziale in capitale con una successiva rendita.
L’obiettivo è consentire una gestione più flessibile delle somme accumulate, adattandole maggiormente alle diverse esigenze delle persone al momento del pensionamento.
Restano le tutele sul risparmio previdenziale
Anche le nuove modalità di erogazione saranno sottoposte alle tutele già previste per le prestazioni di previdenza complementare, comprese le limitazioni relative a cedibilità, sequestrabilità e pignorabilità.
Sono garanzie importanti per proteggere il risparmio previdenziale costruito nel corso della vita lavorativa.
Previdenza complementare: informarsi prima di scegliere
Con le nuove regole, conoscere il funzionamento del proprio fondo pensione e del contratto collettivo applicato diventa ancora più importante.
La scelta sulla destinazione del TFR e sull’adesione alla previdenza complementare deve essere fatta disponendo di tutte le informazioni necessarie, valutando anche il contributo previsto dal datore di lavoro e gli effetti nel lungo periodo.
Per conoscere il fondo pensione previsto dal proprio contratto, le modalità di adesione e i possibili vantaggi economici, è possibile rivolgersi alle delegate e ai delegati sindacali e alle strutture della CGIL.
Come FP CGIL Emilia-Romagna continueremo a informare lavoratrici e lavoratori sulle novità previdenziali e sugli strumenti disponibili, perché scelte così importanti possano essere compiute con piena consapevolezza.
Pensioni, le donne pagano ancora il conto delle disuguaglianze nel lavoro
Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro continuano a pesare sulla vita delle donne anche dopo l’uscita dal lavoro. I dati del Rendiconto sociale Inps 2025 e della Relazione annuale Covip confermano una realtà che denunciamo da tempo: pensioni più basse, carriere più fragili, maggiore esposizione al lavoro povero e minore possibilità di costruire una previdenza complementare adeguata.
Il divario pensionistico tra uomini e donne non nasce al momento del pensionamento. È il risultato di una lunga catena di disuguaglianze che attraversa l’intera vita lavorativa: salari più bassi, part-time spesso involontario, contratti precari, carriere discontinue e un carico di lavoro di cura che continua a ricadere in larga parte sulle donne.
Pensioni più basse per le donne: i dati Inps confermano il divario
Nel 2025 i pensionati Inps sono 15.435.694, mentre le pensioni vigenti superano i 16,4 milioni. Le donne sono più numerose degli uomini tra i beneficiari di almeno una pensione previdenziale: 6.869.020 contro 6.508.440. Questo dato, però, non corrisponde a trattamenti economici migliori.
Al contrario, gli importi medi mostrano una distanza ancora molto ampia. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti le donne percepiscono mediamente 1.069 euro al mese, contro i 2.006 euro degli uomini. Nella Gestione dei dipendenti pubblici l’importo medio è di 1.940 euro per le donne e 2.706 euro per gli uomini. Tra gli autonomi il divario resta netto: 787 euro contro 1.369 euro. Nella Gestione separata, infine, le donne ricevono in media 708 euro, mentre gli uomini arrivano a 1.283 euro.
La disparità emerge anche osservando le pensioni liquidate nel corso del 2025. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti l’importo medio è pari a 1.027 euro per le donne e 1.552 euro per gli uomini; nella Gestione dei dipendenti pubblici 1.933 euro contro 2.561 euro; tra gli autonomi 804 euro contro 1.119 euro; nella Gestione separata 902 euro contro 1.601 euro.
Sono numeri che raccontano una verità chiara: la qualità della pensione dipende dalla qualità del lavoro. Quando il lavoro è povero, discontinuo, sottopagato o penalizzato da carichi familiari non redistribuiti, anche la pensione sarà più debole.
Il divario nella previdenza complementare
Le disuguaglianze riguardano anche la previdenza complementare. Gli iscritti ai fondi pensione sono quasi 10,5 milioni e le risorse accumulate hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, pari all’11,6% del Pil. Nel 2025 i nuovi iscritti sono stati oltre 757 mila, il dato più alto dell’ultimo decennio.
Anche qui, però, il divario di genere resta evidente. Le donne rappresentano soltanto il 38,8% degli iscritti, mentre gli uomini sono il 61,2%. Tra chi versa contributi, le lavoratrici accantonano mediamente 2.680 euro l’anno, contro i 3.190 euro degli uomini, con una contribuzione inferiore del 16,1%.
La previdenza complementare può essere uno strumento utile, ma non può diventare un meccanismo che rafforza le disuguaglianze esistenti. Se una lavoratrice ha un salario basso, un contratto discontinuo o un part-time non scelto, avrà anche meno possibilità di destinare risorse a un fondo pensione. Per questo servono strumenti redistributivi, capaci di sostenere davvero giovani, donne e lavoratrici e lavoratori con redditi bassi.
Servono interventi strutturali e redistributivi
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo necessario affrontare il tema delle pensioni partendo dal lavoro. Non basta intervenire alla fine del percorso, quando le disuguaglianze si sono già consolidate. Bisogna agire prima, sulle cause che producono pensioni più basse.
Serve aumentare i salari, contrastare la precarietà, ridurre il part-time involontario, rafforzare i servizi pubblici e riconoscere pienamente il valore sociale ed economico del lavoro di cura. Senza questi interventi, le donne continueranno a pagare un prezzo altissimo in termini di reddito, autonomia e sicurezza sociale.
Anche sul fronte della previdenza complementare occorre superare un sistema che premia soprattutto chi ha redditi medio-alti. Per chi ha salari bassi, la deducibilità fiscale rischia di avere un effetto limitato, mentre la rinuncia al Tfr può rappresentare un problema concreto. Per questo sono necessari incentivi più favorevoli, forme di sostegno dedicate e strumenti che rendano davvero universale l’accesso alla pensione integrativa.
Pensioni dignitose significa lavoro dignitoso
La questione pensionistica non è separata dalla condizione materiale delle lavoratrici. Parlare di pensioni significa parlare di salari, contratti, stabilità, servizi pubblici, welfare e redistribuzione del lavoro di cura.
Ridurre il divario di genere nelle pensioni significa costruire un mercato del lavoro più giusto. Significa garantire alle donne percorsi professionali continui, retribuzioni adeguate e tutele reali. Solo così sarà possibile assicurare pensioni dignitose, sia nel sistema pubblico sia nella previdenza complementare.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna questa deve essere una priorità politica e sindacale: le pensioni delle donne non possono continuare a essere lo specchio delle disuguaglianze subite durante tutta la vita lavorativa.
Previdenza complementare: conoscere il sistema pensionistico per tutelare il futuro
La previdenza complementare è uno strumento importante per lavoratrici e lavoratori, ma per comprenderne davvero il valore è necessario partire da una questione più ampia: come funziona oggi il sistema pensionistico italiano e quali diseguaglianze rischia di produrre per il futuro.
È fondamentale promuovere informazione, consapevolezza e confronto su questi temi. Le pensioni non sono soltanto una questione tecnica o finanziaria: sono un pilastro della cittadinanza sociale, un diritto che riguarda la dignità delle persone, la qualità della vita dopo il lavoro e la tenuta complessiva del nostro sistema di protezione sociale.
Previdenza complementare: un’opportunità, non una soluzione a tutto
I fondi pensione negoziali rappresentano una possibilità concreta per valorizzare il Tfr e costruire, nel tempo, una pensione integrativa. Attraverso l’adesione ai fondi negoziali, lavoratrici e lavoratori possono beneficiare di rendimenti generalmente più favorevoli rispetto alla semplice rivalutazione del Tfr lasciato in azienda, di vantaggi fiscali significativi e del contributo del datore di lavoro previsto dai contratti collettivi.
Si tratta di una quota aggiuntiva, spesso compresa tra l’1% e il 2% del salario, riconosciuta a chi aderisce ai fondi istituiti dalla contrattazione. Per questo la previdenza complementare va conosciuta e resa più accessibile, soprattutto nei luoghi di lavoro, dove troppe persone non hanno ancora informazioni sufficienti per compiere una scelta consapevole.
Allo stesso tempo, è necessario evitare un equivoco: la previdenza complementare non può essere considerata la risposta al problema delle pensioni povere, dei salari bassi e della precarietà. È, appunto, complementare alla previdenza pubblica, che resta il pilastro fondamentale del nostro sistema pensionistico.
Pensioni, salari e demografia: tutto si tiene
Il sistema pensionistico pubblico italiano funziona secondo un meccanismo a ripartizione: i contributi versati oggi da chi lavora servono a pagare le pensioni attuali. Questo modello si regge sull’equilibrio tra entrate e uscite, quindi sul rapporto tra persone occupate, salari, contributi versati e prestazioni pensionistiche erogate.
Le trasformazioni demografiche degli ultimi decenni hanno reso questo equilibrio più complesso. Si vive più a lungo, si fanno meno figli e la popolazione è mediamente più anziana. L’aumento dell’aspettativa di vita è una conquista sociale straordinaria, legata ai progressi sanitari, culturali e materiali del Paese, ma pone anche nuove sfide al sistema pensionistico.
Queste sfide non possono essere affrontate scaricando il peso solo sulle persone che lavorano o che andranno in pensione nei prossimi anni. Servono politiche capaci di aumentare l’occupazione stabile, contrastare la precarietà, far crescere i salari e introdurre strumenti di maggiore equità per chi ha avuto carriere discontinue, redditi bassi o lavori gravosi.
Il passaggio al sistema contributivo e il rischio di nuove diseguaglianze
Con il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo, avviato negli anni Novanta, la pensione è sempre più legata ai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa. Questo significa che salari bassi, periodi di disoccupazione, contratti precari, part-time involontari e carriere frammentate incidono direttamente sull’importo della pensione futura.
È qui che le diseguaglianze del mercato del lavoro rischiano di diventare diseguaglianze previdenziali. Chi ha lavorato meno non per scelta, chi ha guadagnato poco, chi ha svolto lavori faticosi o discontinui rischia di arrivare alla pensione con un assegno insufficiente o con maggiori difficoltà ad accedere ad alcuni istituti previdenziali.
Donne e giovani rischiano di pagare il prezzo più alto
Le criticità del sistema colpiscono in modo particolare donne e giovani. Le donne continuano a subire differenziali salariali, carriere discontinue, lavoro di cura non riconosciuto e una maggiore diffusione del part-time involontario. Tutti questi elementi si riflettono negativamente sulla pensione.
I giovani, invece, entrano spesso tardi e in modo instabile nel mercato del lavoro, con percorsi segnati da contratti precari, salari bassi e contributi insufficienti. Senza interventi correttivi, intere generazioni rischiano di arrivare alla vecchiaia con assegni pensionistici non adeguati.
Per questo sosteniamo la necessità di una pensione contributiva di garanzia, del riconoscimento del lavoro di cura e di una maggiore attenzione verso chi ha avuto percorsi lavorativi fragili. La pensione non può essere considerata solo il risultato matematico dei contributi versati: deve restare uno strumento di giustizia sociale.
Aspettativa di vita e lavori diversi: servono criteri più equi
Un altro tema centrale riguarda l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. Legare l’età pensionabile a un dato medio, senza considerare le differenze sociali, territoriali, professionali e di genere, rischia di produrre nuove ingiustizie.
Non tutti svolgono gli stessi lavori, non tutti vivono nelle stesse condizioni e non tutti arrivano alla vecchiaia con la stessa salute. Chi ha svolto lavori gravosi o usuranti, chi ha avuto salari bassi o carriere frammentate non può essere trattato allo stesso modo di chi ha avuto percorsi lavorativi continui, meno faticosi e meglio retribuiti.
La flessibilità in uscita, il riconoscimento dei lavori gravosi e usuranti, la valorizzazione del lavoro di cura e tutele adeguate per chi ha avuto carriere discontinue sono elementi indispensabili per costruire una previdenza più giusta.
Informarsi sulla previdenza complementare significa scegliere con consapevolezza
In questo quadro, la previdenza complementare rappresenta un tassello importante. Conoscere il funzionamento dei fondi pensione negoziali, i vantaggi legati al conferimento del Tfr, il contributo datoriale e i benefici fiscali permette a lavoratrici e lavoratori di valutare con maggiore consapevolezza il proprio futuro previdenziale.
Ma proprio perché il sistema è complesso, l’informazione è decisiva. Orientarsi tra previdenza pubblica, previdenza complementare, salari, contributi e prospettive future non è semplice. Per questo serve un impegno collettivo: nei luoghi di lavoro, nella contrattazione, nella rappresentanza sindacale e nel confronto pubblico.
Caldo estremo sul lavoro: come tutelarsi e cosa fare in caso di malore
Lavorare con temperature elevate non è una condizione normale da accettare in silenzio. Che si tratti di attività all’aperto sotto il sole o di ambienti chiusi, soffocanti e privi di aria condizionata, il caldo estremo rappresenta un rischio concreto per la salute e la sicurezza di lavoratrici e lavoratori.
Come FP CGIL Emilia-Romagna vogliamo ribadire un punto fondamentale: quando il caldo provoca un malore durante l’attività lavorativa, non siamo di fronte a un semplice episodio passeggero. In determinate condizioni, può trattarsi di un vero e proprio infortunio sul lavoro.
Il caldo sul lavoro è un rischio per la salute
Le alte temperature possono mettere sotto stress l’organismo, soprattutto quando si lavora per molte ore in ambienti esposti al sole, poco ventilati o senza adeguati sistemi di raffrescamento. Il rischio riguarda molti settori: cantieri, manutenzioni, logistica, agricoltura, servizi esterni, ma anche uffici, cucine, magazzini, strutture sanitarie, socio-assistenziali, educative e produttive non adeguatamente climatizzate.
Il caldo non deve essere considerato una semplice difficoltà stagionale. È un fattore di rischio che deve essere valutato, prevenuto e gestito dall’organizzazione del lavoro.
Malore da caldo: attenzione ai sintomi
Durante il lavoro è importante prestare attenzione ai segnali del corpo. I principali sintomi legati al colpo di calore o allo stress termico possono essere:
vertigini, crampi muscolari, mal di testa, debolezza, aumento della temperatura corporea, senso di confusione, nausea o difficoltà a proseguire l’attività.
Se compaiono questi sintomi, è necessario fermarsi subito, chiedere aiuto e recarsi tempestivamente al pronto soccorso. È fondamentale segnalare che il malore è avvenuto durante l’attività lavorativa, perché questo passaggio può essere decisivo per il riconoscimento dell’episodio come infortunio sul lavoro.
Il colpo di calore può essere un infortunio sul lavoro
Il colpo di calore, quando avviene durante l’attività lavorativa e in relazione alle condizioni in cui il lavoro viene svolto, può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro.
Questo vale sia per chi lavora all’aperto, esposto direttamente al sole, sia per chi opera in ambienti chiusi senza adeguata ventilazione o climatizzazione. Per questo è importante non minimizzare il malore, non considerarlo solo una fragilità individuale e non lasciarlo senza segnalazione.
Riconoscere correttamente l’episodio significa tutelare la salute della persona coinvolta e affermare un principio più generale: il lavoro deve essere organizzato in modo da prevenire i rischi, non scaricarli sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Cosa deve fare il datore di lavoro
La normativa sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è chiara. Il Decreto Legislativo 81/2008 obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i rischi presenti nell’ambiente di lavoro, compreso il rischio microclimatico.
Questo significa che il datore di lavoro deve valutare in modo rigoroso le condizioni delle postazioni, tenere conto delle temperature, dell’esposizione al sole, della ventilazione, dell’umidità, dei carichi di lavoro e delle caratteristiche delle attività svolte. Deve inoltre adottare tutte le misure necessarie per ridurre il rischio da calore al livello più basso possibile.
Tra le misure possibili possono rientrare una diversa organizzazione degli orari, pause adeguate, disponibilità di acqua, zone d’ombra o ambienti freschi, riduzione dei carichi nelle ore più calde, dispositivi di protezione, informazione e formazione del personale, interventi sugli ambienti di lavoro e sulle condizioni organizzative.
A chi rivolgersi
Se pensi che nel tuo luogo di lavoro il rischio da caldo non venga valutato correttamente, oppure se hai già avuto un malore durante l’attività lavorativa, non aspettare.
Puoi rivolgerti alla delegata o al delegato sindacale, all’RLS, cioè il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, oppure alle sedi CGIL e INCA CGIL del territorio.
INCA CGIL può offrire supporto nella tutela individuale, nella ricostruzione dell’episodio, nella richiesta di riconoscimento dell’infortunio e nel rapporto con INAIL, anche attraverso operatrici e operatori esperti, medici convenzionati e supporto legale.
La salute viene prima
Il caldo estremo non può essere affrontato come un problema individuale. Non basta dire alle persone di “resistere”, “bere di più” o “fare attenzione”. Serve una valutazione seria dei rischi, servono misure preventive, serve un’organizzazione del lavoro che metta al centro la salute.
Come FP CGIL Emilia-Romagna continueremo a sostenere lavoratrici e lavoratori nella richiesta di ambienti sicuri, condizioni dignitose e pieno riconoscimento dei diritti.
Chi lavora deve essere tutelato. Anche quando il rischio arriva dal caldo.
Sanità e appalti, al via la raccolta firme CGIL per due leggi di iniziativa popolare
Oggi, venerdì 15, parte in tutta Italia la raccolta firme promossa dalla CGIL per sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare dedicate a sanità pubblica e appalti. Sosteniamo con convinzione questa mobilitazione, perché mette al centro due questioni decisive per la qualità della vita delle persone, per la tutela del lavoro e per il futuro dei servizi pubblici.
La CGIL avvia una nuova campagna nazionale per chiedere al Parlamento e al Paese un cambiamento concreto su due fronti fondamentali: il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e il contrasto allo sfruttamento nel sistema degli appalti.
La raccolta firme partirà ufficialmente venerdì 15 e sabato 16 maggio, con una grande mobilitazione diffusa in tutto il territorio nazionale. Sono previste oltre 1.300 assemblee in tutta Italia, con la partecipazione di più di 58.000 persone tra militanti, attivisti, rappresentanti sindacali, RSU, dirigenti, associazioni e reti civiche territoriali.
L’obiettivo è sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare che affrontano temi centrali per il presente e il futuro del Paese: il diritto alla salute e il diritto a un lavoro dignitoso, sicuro e tutelato.
Una mobilitazione per difendere il diritto alla salute
La prima proposta di legge riguarda il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale. Per la CGIL, e per noi, difendere la sanità pubblica significa rendere effettivo il diritto alla tutela della salute, così come previsto dalla Costituzione e dalla Legge 833/1978.
In questi anni il sistema sanitario pubblico è stato messo sotto pressione da carenze di personale, liste d’attesa sempre più lunghe, difficoltà nell’accesso alle cure, disuguaglianze territoriali e un progressivo indebolimento dei servizi. Per questo la proposta di legge chiede interventi strutturali, a partire da un finanziamento adeguato e stabile.
Tra i punti centrali della proposta c’è la richiesta che il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale non sia inferiore al 7,5% del PIL. Una misura indispensabile per garantire servizi pubblici universali, accessibili e di qualità.
Valorizzare chi lavora nella sanità pubblica
Uno degli aspetti fondamentali della proposta riguarda il personale. Non può esserci una sanità pubblica forte senza lavoratrici e lavoratori valorizzati, assunti stabilmente e messi nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro con dignità, sicurezza e riconoscimento professionale.
Per questo la proposta chiede assunzioni a tempo indeterminato, il superamento dei tetti alla spesa per il personale del Servizio Sanitario Nazionale e limiti più stringenti alle esternalizzazioni. È necessario garantire gli organici adeguati per assicurare prevenzione, assistenza e cura in modo omogeneo su tutto il territorio.
La proposta prevede inoltre il progressivo passaggio dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di rafforzare l’integrazione dei servizi e la presa in carico delle persone.
Territorio, tempi di attesa e non autosufficienza
Il rafforzamento della sanità pubblica passa anche dallo sviluppo pieno e omogeneo dell’assistenza territoriale, come previsto dal DM 77/2022. Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti e servizi di prossimità devono diventare strumenti reali di tutela della salute, non solo obiettivi dichiarati.
Un altro punto decisivo riguarda i tempi di attesa. La proposta chiede investimenti nel Servizio Sanitario Nazionale per garantire la presa in carico dei bisogni di salute delle persone e il rispetto dei tempi previsti per visite, esami e prestazioni.
Grande attenzione viene dedicata anche alla non autosufficienza. La salute delle persone anziane deve essere considerata una priorità pubblica, con un’assistenza universale, uniforme e garantita. Servono politiche capaci di rafforzare l’assistenza domiciliare, migliorare quella residenziale e semiresidenziale e dare risposte concrete alle persone anziane, alle famiglie e a chi ogni giorno si prende cura di loro.
Appalti: contro sfruttamento, precarietà e dumping contrattuale
La seconda proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL riguarda il sistema degli appalti. Un tema centrale, perché attraversa molti settori pubblici e privati e riguarda direttamente la qualità del lavoro, dei servizi e della sicurezza.
Nel sistema degli appalti si concentrano spesso precarietà, bassi salari, frammentazione contrattuale, compressione dei diritti, cambi appalto problematici e condizioni di lavoro difficili. Per questo è necessario introdurre regole più giuste e più efficaci, capaci di contrastare sfruttamento e dumping, tutelando lavoratrici e lavoratori e garantendo servizi di qualità.
La battaglia sugli appalti non riguarda solo chi lavora direttamente in quei settori. Riguarda l’intero sistema dei servizi, il rapporto tra pubblico e privato, la responsabilità delle committenze e la qualità delle prestazioni rese alle cittadine e ai cittadini.
Una grande iniziativa democratica
Come ha sottolineato Pino Gesmundo, segretario confederale CGIL, si tratta di “un percorso democratico che risponde a una richiesta di partecipazione attiva nel Paese”.
La raccolta firme si apre con assemblee in tutte le 110 Camere del Lavoro territoriali e con la partecipazione di oltre 100 dirigenti sindacali delle strutture nazionali. Sabato 16 maggio saranno inoltre presenti centinaia di banchetti nelle città italiane, dove sarà possibile firmare le due proposte di legge.
L’obiettivo è andare ben oltre le 50.000 firme necessarie per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare. La CGIL intende aprire nel Paese una discussione ampia e partecipata sul diritto alla salute, sul valore del lavoro e sulla necessità di costruire un modello sociale più giusto.
FP CGIL Emilia-Romagna: firmare significa scegliere da che parte stare
Come FP CGIL Emilia-Romagna sosteniamo questa campagna perché sanità pubblica e appalti sono due terreni decisivi per la tutela delle persone, dei servizi e del lavoro.
Firmare significa chiedere più risorse per il Servizio Sanitario Nazionale, più personale, meno liste d’attesa, più assistenza territoriale, più tutela per le persone anziane e non autosufficienti.
Firmare significa anche chiedere appalti più giusti, lavoro più sicuro, salari dignitosi, contratti rispettati e responsabilità più chiare da parte di chi affida e gestisce servizi.
È una scelta di partecipazione democratica, ma anche un atto concreto per difendere i diritti costituzionali e costruire un Paese più equo.
Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, pensionate, pensionati, cittadine e cittadini a partecipare alle assemblee, a cercare i banchetti CGIL sul territorio e a firmare le due proposte di legge di iniziativa popolare.
Perché sanità pubblica, lavoro dignitoso e diritti non sono privilegi: sono il fondamento di una società giusta.










