Pensioni, le donne pagano ancora il conto delle disuguaglianze nel lavoro
Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro continuano a pesare sulla vita delle donne anche dopo l’uscita dal lavoro. I dati del Rendiconto sociale Inps 2025 e della Relazione annuale Covip confermano una realtà che denunciamo da tempo: pensioni più basse, carriere più fragili, maggiore esposizione al lavoro povero e minore possibilità di costruire una previdenza complementare adeguata.
Il divario pensionistico tra uomini e donne non nasce al momento del pensionamento. È il risultato di una lunga catena di disuguaglianze che attraversa l’intera vita lavorativa: salari più bassi, part-time spesso involontario, contratti precari, carriere discontinue e un carico di lavoro di cura che continua a ricadere in larga parte sulle donne.
Pensioni più basse per le donne: i dati Inps confermano il divario
Nel 2025 i pensionati Inps sono 15.435.694, mentre le pensioni vigenti superano i 16,4 milioni. Le donne sono più numerose degli uomini tra i beneficiari di almeno una pensione previdenziale: 6.869.020 contro 6.508.440. Questo dato, però, non corrisponde a trattamenti economici migliori.
Al contrario, gli importi medi mostrano una distanza ancora molto ampia. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti le donne percepiscono mediamente 1.069 euro al mese, contro i 2.006 euro degli uomini. Nella Gestione dei dipendenti pubblici l’importo medio è di 1.940 euro per le donne e 2.706 euro per gli uomini. Tra gli autonomi il divario resta netto: 787 euro contro 1.369 euro. Nella Gestione separata, infine, le donne ricevono in media 708 euro, mentre gli uomini arrivano a 1.283 euro.
La disparità emerge anche osservando le pensioni liquidate nel corso del 2025. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti l’importo medio è pari a 1.027 euro per le donne e 1.552 euro per gli uomini; nella Gestione dei dipendenti pubblici 1.933 euro contro 2.561 euro; tra gli autonomi 804 euro contro 1.119 euro; nella Gestione separata 902 euro contro 1.601 euro.
Sono numeri che raccontano una verità chiara: la qualità della pensione dipende dalla qualità del lavoro. Quando il lavoro è povero, discontinuo, sottopagato o penalizzato da carichi familiari non redistribuiti, anche la pensione sarà più debole.
Il divario nella previdenza complementare
Le disuguaglianze riguardano anche la previdenza complementare. Gli iscritti ai fondi pensione sono quasi 10,5 milioni e le risorse accumulate hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, pari all’11,6% del Pil. Nel 2025 i nuovi iscritti sono stati oltre 757 mila, il dato più alto dell’ultimo decennio.
Anche qui, però, il divario di genere resta evidente. Le donne rappresentano soltanto il 38,8% degli iscritti, mentre gli uomini sono il 61,2%. Tra chi versa contributi, le lavoratrici accantonano mediamente 2.680 euro l’anno, contro i 3.190 euro degli uomini, con una contribuzione inferiore del 16,1%.
La previdenza complementare può essere uno strumento utile, ma non può diventare un meccanismo che rafforza le disuguaglianze esistenti. Se una lavoratrice ha un salario basso, un contratto discontinuo o un part-time non scelto, avrà anche meno possibilità di destinare risorse a un fondo pensione. Per questo servono strumenti redistributivi, capaci di sostenere davvero giovani, donne e lavoratrici e lavoratori con redditi bassi.
Servono interventi strutturali e redistributivi
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo necessario affrontare il tema delle pensioni partendo dal lavoro. Non basta intervenire alla fine del percorso, quando le disuguaglianze si sono già consolidate. Bisogna agire prima, sulle cause che producono pensioni più basse.
Serve aumentare i salari, contrastare la precarietà, ridurre il part-time involontario, rafforzare i servizi pubblici e riconoscere pienamente il valore sociale ed economico del lavoro di cura. Senza questi interventi, le donne continueranno a pagare un prezzo altissimo in termini di reddito, autonomia e sicurezza sociale.
Anche sul fronte della previdenza complementare occorre superare un sistema che premia soprattutto chi ha redditi medio-alti. Per chi ha salari bassi, la deducibilità fiscale rischia di avere un effetto limitato, mentre la rinuncia al Tfr può rappresentare un problema concreto. Per questo sono necessari incentivi più favorevoli, forme di sostegno dedicate e strumenti che rendano davvero universale l’accesso alla pensione integrativa.
Pensioni dignitose significa lavoro dignitoso
La questione pensionistica non è separata dalla condizione materiale delle lavoratrici. Parlare di pensioni significa parlare di salari, contratti, stabilità, servizi pubblici, welfare e redistribuzione del lavoro di cura.
Ridurre il divario di genere nelle pensioni significa costruire un mercato del lavoro più giusto. Significa garantire alle donne percorsi professionali continui, retribuzioni adeguate e tutele reali. Solo così sarà possibile assicurare pensioni dignitose, sia nel sistema pubblico sia nella previdenza complementare.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna questa deve essere una priorità politica e sindacale: le pensioni delle donne non possono continuare a essere lo specchio delle disuguaglianze subite durante tutta la vita lavorativa.
Previdenza complementare: conoscere il sistema pensionistico per tutelare il futuro
La previdenza complementare è uno strumento importante per lavoratrici e lavoratori, ma per comprenderne davvero il valore è necessario partire da una questione più ampia: come funziona oggi il sistema pensionistico italiano e quali diseguaglianze rischia di produrre per il futuro.
È fondamentale promuovere informazione, consapevolezza e confronto su questi temi. Le pensioni non sono soltanto una questione tecnica o finanziaria: sono un pilastro della cittadinanza sociale, un diritto che riguarda la dignità delle persone, la qualità della vita dopo il lavoro e la tenuta complessiva del nostro sistema di protezione sociale.
Previdenza complementare: un’opportunità, non una soluzione a tutto
I fondi pensione negoziali rappresentano una possibilità concreta per valorizzare il Tfr e costruire, nel tempo, una pensione integrativa. Attraverso l’adesione ai fondi negoziali, lavoratrici e lavoratori possono beneficiare di rendimenti generalmente più favorevoli rispetto alla semplice rivalutazione del Tfr lasciato in azienda, di vantaggi fiscali significativi e del contributo del datore di lavoro previsto dai contratti collettivi.
Si tratta di una quota aggiuntiva, spesso compresa tra l’1% e il 2% del salario, riconosciuta a chi aderisce ai fondi istituiti dalla contrattazione. Per questo la previdenza complementare va conosciuta e resa più accessibile, soprattutto nei luoghi di lavoro, dove troppe persone non hanno ancora informazioni sufficienti per compiere una scelta consapevole.
Allo stesso tempo, è necessario evitare un equivoco: la previdenza complementare non può essere considerata la risposta al problema delle pensioni povere, dei salari bassi e della precarietà. È, appunto, complementare alla previdenza pubblica, che resta il pilastro fondamentale del nostro sistema pensionistico.
Pensioni, salari e demografia: tutto si tiene
Il sistema pensionistico pubblico italiano funziona secondo un meccanismo a ripartizione: i contributi versati oggi da chi lavora servono a pagare le pensioni attuali. Questo modello si regge sull’equilibrio tra entrate e uscite, quindi sul rapporto tra persone occupate, salari, contributi versati e prestazioni pensionistiche erogate.
Le trasformazioni demografiche degli ultimi decenni hanno reso questo equilibrio più complesso. Si vive più a lungo, si fanno meno figli e la popolazione è mediamente più anziana. L’aumento dell’aspettativa di vita è una conquista sociale straordinaria, legata ai progressi sanitari, culturali e materiali del Paese, ma pone anche nuove sfide al sistema pensionistico.
Queste sfide non possono essere affrontate scaricando il peso solo sulle persone che lavorano o che andranno in pensione nei prossimi anni. Servono politiche capaci di aumentare l’occupazione stabile, contrastare la precarietà, far crescere i salari e introdurre strumenti di maggiore equità per chi ha avuto carriere discontinue, redditi bassi o lavori gravosi.
Il passaggio al sistema contributivo e il rischio di nuove diseguaglianze
Con il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo, avviato negli anni Novanta, la pensione è sempre più legata ai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa. Questo significa che salari bassi, periodi di disoccupazione, contratti precari, part-time involontari e carriere frammentate incidono direttamente sull’importo della pensione futura.
È qui che le diseguaglianze del mercato del lavoro rischiano di diventare diseguaglianze previdenziali. Chi ha lavorato meno non per scelta, chi ha guadagnato poco, chi ha svolto lavori faticosi o discontinui rischia di arrivare alla pensione con un assegno insufficiente o con maggiori difficoltà ad accedere ad alcuni istituti previdenziali.
Donne e giovani rischiano di pagare il prezzo più alto
Le criticità del sistema colpiscono in modo particolare donne e giovani. Le donne continuano a subire differenziali salariali, carriere discontinue, lavoro di cura non riconosciuto e una maggiore diffusione del part-time involontario. Tutti questi elementi si riflettono negativamente sulla pensione.
I giovani, invece, entrano spesso tardi e in modo instabile nel mercato del lavoro, con percorsi segnati da contratti precari, salari bassi e contributi insufficienti. Senza interventi correttivi, intere generazioni rischiano di arrivare alla vecchiaia con assegni pensionistici non adeguati.
Per questo sosteniamo la necessità di una pensione contributiva di garanzia, del riconoscimento del lavoro di cura e di una maggiore attenzione verso chi ha avuto percorsi lavorativi fragili. La pensione non può essere considerata solo il risultato matematico dei contributi versati: deve restare uno strumento di giustizia sociale.
Aspettativa di vita e lavori diversi: servono criteri più equi
Un altro tema centrale riguarda l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. Legare l’età pensionabile a un dato medio, senza considerare le differenze sociali, territoriali, professionali e di genere, rischia di produrre nuove ingiustizie.
Non tutti svolgono gli stessi lavori, non tutti vivono nelle stesse condizioni e non tutti arrivano alla vecchiaia con la stessa salute. Chi ha svolto lavori gravosi o usuranti, chi ha avuto salari bassi o carriere frammentate non può essere trattato allo stesso modo di chi ha avuto percorsi lavorativi continui, meno faticosi e meglio retribuiti.
La flessibilità in uscita, il riconoscimento dei lavori gravosi e usuranti, la valorizzazione del lavoro di cura e tutele adeguate per chi ha avuto carriere discontinue sono elementi indispensabili per costruire una previdenza più giusta.
Informarsi sulla previdenza complementare significa scegliere con consapevolezza
In questo quadro, la previdenza complementare rappresenta un tassello importante. Conoscere il funzionamento dei fondi pensione negoziali, i vantaggi legati al conferimento del Tfr, il contributo datoriale e i benefici fiscali permette a lavoratrici e lavoratori di valutare con maggiore consapevolezza il proprio futuro previdenziale.
Ma proprio perché il sistema è complesso, l’informazione è decisiva. Orientarsi tra previdenza pubblica, previdenza complementare, salari, contributi e prospettive future non è semplice. Per questo serve un impegno collettivo: nei luoghi di lavoro, nella contrattazione, nella rappresentanza sindacale e nel confronto pubblico.
Caldo estremo sul lavoro: come tutelarsi e cosa fare in caso di malore
Lavorare con temperature elevate non è una condizione normale da accettare in silenzio. Che si tratti di attività all’aperto sotto il sole o di ambienti chiusi, soffocanti e privi di aria condizionata, il caldo estremo rappresenta un rischio concreto per la salute e la sicurezza di lavoratrici e lavoratori.
Come FP CGIL Emilia-Romagna vogliamo ribadire un punto fondamentale: quando il caldo provoca un malore durante l’attività lavorativa, non siamo di fronte a un semplice episodio passeggero. In determinate condizioni, può trattarsi di un vero e proprio infortunio sul lavoro.
Il caldo sul lavoro è un rischio per la salute
Le alte temperature possono mettere sotto stress l’organismo, soprattutto quando si lavora per molte ore in ambienti esposti al sole, poco ventilati o senza adeguati sistemi di raffrescamento. Il rischio riguarda molti settori: cantieri, manutenzioni, logistica, agricoltura, servizi esterni, ma anche uffici, cucine, magazzini, strutture sanitarie, socio-assistenziali, educative e produttive non adeguatamente climatizzate.
Il caldo non deve essere considerato una semplice difficoltà stagionale. È un fattore di rischio che deve essere valutato, prevenuto e gestito dall’organizzazione del lavoro.
Malore da caldo: attenzione ai sintomi
Durante il lavoro è importante prestare attenzione ai segnali del corpo. I principali sintomi legati al colpo di calore o allo stress termico possono essere:
vertigini, crampi muscolari, mal di testa, debolezza, aumento della temperatura corporea, senso di confusione, nausea o difficoltà a proseguire l’attività.
Se compaiono questi sintomi, è necessario fermarsi subito, chiedere aiuto e recarsi tempestivamente al pronto soccorso. È fondamentale segnalare che il malore è avvenuto durante l’attività lavorativa, perché questo passaggio può essere decisivo per il riconoscimento dell’episodio come infortunio sul lavoro.
Il colpo di calore può essere un infortunio sul lavoro
Il colpo di calore, quando avviene durante l’attività lavorativa e in relazione alle condizioni in cui il lavoro viene svolto, può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro.
Questo vale sia per chi lavora all’aperto, esposto direttamente al sole, sia per chi opera in ambienti chiusi senza adeguata ventilazione o climatizzazione. Per questo è importante non minimizzare il malore, non considerarlo solo una fragilità individuale e non lasciarlo senza segnalazione.
Riconoscere correttamente l’episodio significa tutelare la salute della persona coinvolta e affermare un principio più generale: il lavoro deve essere organizzato in modo da prevenire i rischi, non scaricarli sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Cosa deve fare il datore di lavoro
La normativa sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è chiara. Il Decreto Legislativo 81/2008 obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i rischi presenti nell’ambiente di lavoro, compreso il rischio microclimatico.
Questo significa che il datore di lavoro deve valutare in modo rigoroso le condizioni delle postazioni, tenere conto delle temperature, dell’esposizione al sole, della ventilazione, dell’umidità, dei carichi di lavoro e delle caratteristiche delle attività svolte. Deve inoltre adottare tutte le misure necessarie per ridurre il rischio da calore al livello più basso possibile.
Tra le misure possibili possono rientrare una diversa organizzazione degli orari, pause adeguate, disponibilità di acqua, zone d’ombra o ambienti freschi, riduzione dei carichi nelle ore più calde, dispositivi di protezione, informazione e formazione del personale, interventi sugli ambienti di lavoro e sulle condizioni organizzative.
A chi rivolgersi
Se pensi che nel tuo luogo di lavoro il rischio da caldo non venga valutato correttamente, oppure se hai già avuto un malore durante l’attività lavorativa, non aspettare.
Puoi rivolgerti alla delegata o al delegato sindacale, all’RLS, cioè il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, oppure alle sedi CGIL e INCA CGIL del territorio.
INCA CGIL può offrire supporto nella tutela individuale, nella ricostruzione dell’episodio, nella richiesta di riconoscimento dell’infortunio e nel rapporto con INAIL, anche attraverso operatrici e operatori esperti, medici convenzionati e supporto legale.
La salute viene prima
Il caldo estremo non può essere affrontato come un problema individuale. Non basta dire alle persone di “resistere”, “bere di più” o “fare attenzione”. Serve una valutazione seria dei rischi, servono misure preventive, serve un’organizzazione del lavoro che metta al centro la salute.
Come FP CGIL Emilia-Romagna continueremo a sostenere lavoratrici e lavoratori nella richiesta di ambienti sicuri, condizioni dignitose e pieno riconoscimento dei diritti.
Chi lavora deve essere tutelato. Anche quando il rischio arriva dal caldo.
Sanità e appalti, al via la raccolta firme CGIL per due leggi di iniziativa popolare
Oggi, venerdì 15, parte in tutta Italia la raccolta firme promossa dalla CGIL per sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare dedicate a sanità pubblica e appalti. Sosteniamo con convinzione questa mobilitazione, perché mette al centro due questioni decisive per la qualità della vita delle persone, per la tutela del lavoro e per il futuro dei servizi pubblici.
La CGIL avvia una nuova campagna nazionale per chiedere al Parlamento e al Paese un cambiamento concreto su due fronti fondamentali: il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e il contrasto allo sfruttamento nel sistema degli appalti.
La raccolta firme partirà ufficialmente venerdì 15 e sabato 16 maggio, con una grande mobilitazione diffusa in tutto il territorio nazionale. Sono previste oltre 1.300 assemblee in tutta Italia, con la partecipazione di più di 58.000 persone tra militanti, attivisti, rappresentanti sindacali, RSU, dirigenti, associazioni e reti civiche territoriali.
L’obiettivo è sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare che affrontano temi centrali per il presente e il futuro del Paese: il diritto alla salute e il diritto a un lavoro dignitoso, sicuro e tutelato.
Una mobilitazione per difendere il diritto alla salute
La prima proposta di legge riguarda il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale. Per la CGIL, e per noi, difendere la sanità pubblica significa rendere effettivo il diritto alla tutela della salute, così come previsto dalla Costituzione e dalla Legge 833/1978.
In questi anni il sistema sanitario pubblico è stato messo sotto pressione da carenze di personale, liste d’attesa sempre più lunghe, difficoltà nell’accesso alle cure, disuguaglianze territoriali e un progressivo indebolimento dei servizi. Per questo la proposta di legge chiede interventi strutturali, a partire da un finanziamento adeguato e stabile.
Tra i punti centrali della proposta c’è la richiesta che il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale non sia inferiore al 7,5% del PIL. Una misura indispensabile per garantire servizi pubblici universali, accessibili e di qualità.
Valorizzare chi lavora nella sanità pubblica
Uno degli aspetti fondamentali della proposta riguarda il personale. Non può esserci una sanità pubblica forte senza lavoratrici e lavoratori valorizzati, assunti stabilmente e messi nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro con dignità, sicurezza e riconoscimento professionale.
Per questo la proposta chiede assunzioni a tempo indeterminato, il superamento dei tetti alla spesa per il personale del Servizio Sanitario Nazionale e limiti più stringenti alle esternalizzazioni. È necessario garantire gli organici adeguati per assicurare prevenzione, assistenza e cura in modo omogeneo su tutto il territorio.
La proposta prevede inoltre il progressivo passaggio dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di rafforzare l’integrazione dei servizi e la presa in carico delle persone.
Territorio, tempi di attesa e non autosufficienza
Il rafforzamento della sanità pubblica passa anche dallo sviluppo pieno e omogeneo dell’assistenza territoriale, come previsto dal DM 77/2022. Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti e servizi di prossimità devono diventare strumenti reali di tutela della salute, non solo obiettivi dichiarati.
Un altro punto decisivo riguarda i tempi di attesa. La proposta chiede investimenti nel Servizio Sanitario Nazionale per garantire la presa in carico dei bisogni di salute delle persone e il rispetto dei tempi previsti per visite, esami e prestazioni.
Grande attenzione viene dedicata anche alla non autosufficienza. La salute delle persone anziane deve essere considerata una priorità pubblica, con un’assistenza universale, uniforme e garantita. Servono politiche capaci di rafforzare l’assistenza domiciliare, migliorare quella residenziale e semiresidenziale e dare risposte concrete alle persone anziane, alle famiglie e a chi ogni giorno si prende cura di loro.
Appalti: contro sfruttamento, precarietà e dumping contrattuale
La seconda proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL riguarda il sistema degli appalti. Un tema centrale, perché attraversa molti settori pubblici e privati e riguarda direttamente la qualità del lavoro, dei servizi e della sicurezza.
Nel sistema degli appalti si concentrano spesso precarietà, bassi salari, frammentazione contrattuale, compressione dei diritti, cambi appalto problematici e condizioni di lavoro difficili. Per questo è necessario introdurre regole più giuste e più efficaci, capaci di contrastare sfruttamento e dumping, tutelando lavoratrici e lavoratori e garantendo servizi di qualità.
La battaglia sugli appalti non riguarda solo chi lavora direttamente in quei settori. Riguarda l’intero sistema dei servizi, il rapporto tra pubblico e privato, la responsabilità delle committenze e la qualità delle prestazioni rese alle cittadine e ai cittadini.
Una grande iniziativa democratica
Come ha sottolineato Pino Gesmundo, segretario confederale CGIL, si tratta di “un percorso democratico che risponde a una richiesta di partecipazione attiva nel Paese”.
La raccolta firme si apre con assemblee in tutte le 110 Camere del Lavoro territoriali e con la partecipazione di oltre 100 dirigenti sindacali delle strutture nazionali. Sabato 16 maggio saranno inoltre presenti centinaia di banchetti nelle città italiane, dove sarà possibile firmare le due proposte di legge.
L’obiettivo è andare ben oltre le 50.000 firme necessarie per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare. La CGIL intende aprire nel Paese una discussione ampia e partecipata sul diritto alla salute, sul valore del lavoro e sulla necessità di costruire un modello sociale più giusto.
FP CGIL Emilia-Romagna: firmare significa scegliere da che parte stare
Come FP CGIL Emilia-Romagna sosteniamo questa campagna perché sanità pubblica e appalti sono due terreni decisivi per la tutela delle persone, dei servizi e del lavoro.
Firmare significa chiedere più risorse per il Servizio Sanitario Nazionale, più personale, meno liste d’attesa, più assistenza territoriale, più tutela per le persone anziane e non autosufficienti.
Firmare significa anche chiedere appalti più giusti, lavoro più sicuro, salari dignitosi, contratti rispettati e responsabilità più chiare da parte di chi affida e gestisce servizi.
È una scelta di partecipazione democratica, ma anche un atto concreto per difendere i diritti costituzionali e costruire un Paese più equo.
Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, pensionate, pensionati, cittadine e cittadini a partecipare alle assemblee, a cercare i banchetti CGIL sul territorio e a firmare le due proposte di legge di iniziativa popolare.
Perché sanità pubblica, lavoro dignitoso e diritti non sono privilegi: sono il fondamento di una società giusta.
Referendum sulla giustizia: cosa cambia davvero e perché votare NO
Il 22 e 23 marzo cittadine e cittadini saranno chiamati a votare su una riforma costituzionale che interviene sull’ordinamento della magistratura italiana. Si tratta di un passaggio importante perché riguarda il funzionamento della giustizia e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo utile entrare nel merito della riforma per spiegare cosa prevede realmente e quali potrebbero essere le sue conseguenze.
Come funziona oggi il controllo sulla magistratura
Oggi l’operato dei magistrati è garantito dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), un organo previsto dalla Costituzione che ha il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il CSM è composto da:
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magistrati eletti dalla magistratura
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avvocati e giuristi eletti dal Parlamento
Si tratta quindi di un organismo che tiene insieme competenze diverse ma che resta autonomo dalle influenze politiche.
Un elemento fondamentale è che il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica, proprio per assicurare un equilibrio istituzionale e una garanzia di indipendenza.
Cosa cambierebbe con la riforma
Se il referendum approvasse la riforma, una parte delle funzioni di controllo sulla magistratura verrebbe trasferita a un nuovo organismo: l’Alta Corte disciplinare.
Questo nuovo organo avrebbe il compito di vigilare sull’operato dei magistrati e di valutare eventuali responsabilità disciplinari.
Il punto centrale riguarda però come verrebbero scelti i suoi membri.
Secondo il meccanismo previsto:
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alcuni membri verrebbero nominati dal Presidente della Repubblica
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altri verrebbero estratti a sorte
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una parte sarebbe sorteggiata da una lista indicata dal Parlamento
Questo significa che una quota significativa dei membri verrebbe scelta indirettamente dalla politica attraverso le liste decise dal Parlamento.
Inoltre l’Alta Corte non sarebbe presieduta dal Presidente della Repubblica, a differenza del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il rischio di maggiore influenza politica
Uno dei temi centrali riguarda proprio il rapporto tra magistratura e politica.
Il nuovo sistema di selezione tramite sorteggio da elenchi indicati dal Parlamento potrebbe comportare una maggiore incidenza della maggioranza politica del momento nella scelta dei componenti dell’organo disciplinare.
Questo rischierebbe di indebolire quel principio di autonomia della magistratura che la Costituzione ha voluto garantire fin dalla nascita della Repubblica.
Il tema della separazione delle carriere
Tra le motivazioni più utilizzate dai sostenitori della riforma c’è l’idea che sia necessario separare nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Secondo questa tesi, il giudice potrebbe essere portato a favorire il pubblico ministero perché appartiene allo stesso ordine professionale.
Tuttavia la realtà del sistema giudiziario è diversa.
Oggi giudici e pubblici ministeri possono cambiare funzione una sola volta nella vita e si tratta di una possibilità utilizzata da una percentuale minima di magistrati: meno di uno su cento.
Il sistema attuale prevede già quindi una forte distinzione tra i ruoli.
Inoltre nei processi il giudice non è parte del confronto tra accusa e difesa. Il suo compito è ascoltare le parti e decidere in modo imparziale, sulla base delle prove e delle norme.
I dati dei processi
Un altro elemento spesso ignorato nel dibattito riguarda i risultati dei procedimenti giudiziari.
Una quota significativa dei processi si conclude con assoluzioni o archiviazioni, segno che il giudice svolge un ruolo di controllo effettivo rispetto alle richieste dell’accusa.
Questo dato mostra come il sistema processuale italiano sia strutturato per garantire l’equilibrio tra accusa, difesa e giudice.
I problemi reali della giustizia
Nel dibattito pubblico spesso si parla di riforme della magistratura, ma i problemi concreti della giustizia italiana sono altri.
Tra i principali:
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tempi troppo lunghi dei processi
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carenze di personale negli uffici giudiziari
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mancanza di risorse e strumenti adeguati
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necessità di innovazione tecnologica e digitalizzazione delle procedure
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condizioni strutturali spesso insufficienti per uffici e aule di tribunale
Sono questi gli interventi che potrebbero realmente migliorare il funzionamento della giustizia.
Per esempio sarebbe fondamentale:
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assumere nuovo personale
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stabilizzare migliaia di lavoratrici e lavoratori precari assunti con il PNRR
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rafforzare l’Ufficio per il processo
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investire in innovazione tecnologica e sicurezza degli ambienti di lavoro
La riforma al voto non interviene su questi aspetti.
Perché votare NO
Il referendum non riguarda solo una modifica tecnica dell’organizzazione della magistratura. Tocca invece l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il modo in cui vengono garantiti i diritti dei cittadini.
Per queste ragioni riteniamo che la riforma:
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non affronti i problemi reali della giustizia
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rischi di aumentare l’influenza della politica sugli organi di controllo della magistratura
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possa mettere in discussione un equilibrio istituzionale costruito dalla Costituzione.
Per questo invitiamo cittadine e cittadini a partecipare al voto del 22 e 23 marzo ed esprimere NO al referendum.
Referendum giustizia 22 e 23 marzo 2026: guida pratica al voto
Si vota domenica 22 marzo 2026 dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo 2026 dalle 7 alle 15. Lo scrutinio inizia subito dopo la chiusura del voto.
Per votare bisogna presentarsi al proprio seggio con un documento di identità valido e con la tessera elettorale. La scheda del referendum è verde.
Questo è un referendum costituzionale confermativo. Significa che non c’è quorum: il referendum è valido qualunque sia l’affluenza e conta solo la maggioranza dei voti espressi.
La domanda riguarda la legge costituzionale su ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare, cioè la riforma che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due distinti organismi di autogoverno e una nuova Alta Corte disciplinare.
Sul piano pratico, il significato del voto è semplice: votare Sì vuol dire confermare la riforma; votare No vuol dire respingerla e impedirne l’entrata in vigore.
Perché votare No? Perché questa riforma non interviene sui problemi concreti della giustizia che cittadini e lavoratori incontrano davvero ogni giorno, come i tempi lunghi, la carenza di personale, gli organici insufficienti e la mancanza di investimenti organizzativi e tecnologici. In compenso, modifica un equilibrio costituzionale molto delicato, incidendo sull’autonomia della magistratura e sul rapporto tra i poteri dello Stato. Questa è la ragione politica e istituzionale per cui FP CGIL Emilia-Romagna si schiera per il No.
Bonus Mamme 2026: chi ne ha diritto e cosa cambia per le lavoratrici madri
Nel 2026 cambia il Bonus Mamme, il sostegno economico destinato alle lavoratrici madri. Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo fondamentale fornire informazioni chiare e corrette su requisiti, importi e modalità di accesso, affinché nessuna avente diritto resti esclusa.
Cosa cambia nel 2026
La novità principale riguarda l’importo del contributo. Per il 2026 il bonus passa da 40 a 60 euro per ogni mese lavorato, fino a un massimo di 720 euro complessivi, che verranno erogati in un’unica soluzione nel mese di dicembre.
Si tratta di un sostegno economico che può rappresentare un aiuto concreto per molte famiglie, soprattutto in una fase di aumento del costo della vita.
A chi spetta il Bonus Mamme 2026
Il contributo è riconosciuto alle:
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lavoratrici dipendenti (sono escluse le lavoratrici domestiche);
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lavoratrici autonome iscritte alla Gestione Separata;
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lavoratrici parasubordinate iscritte alla Gestione Separata (ad esempio co.co.co.).
È necessario avere un reddito annuo fino a 40.000 euro.
Per quanto riguarda i requisiti familiari, il bonus spetta alle:
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madri di almeno 2 figli, con il più piccolo fino a 10 anni;
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oppure madri di almeno 3 figli, con il più piccolo fino a 18 anni, se con contratto autonomo o a termine.
Sono invece escluse le lavoratrici madri con contratto a tempo indeterminato e almeno 3 figli, che continuano a beneficiare dell’esonero contributivo fino a 3.000 euro annui, oltre alle lavoratrici domestiche.
Attenzione: quando fare domanda
Al momento non è ancora possibile presentare la richiesta. È necessario attendere che l’INPS renda disponibile la procedura telematica.
Per le madri minorenni o incapaci di agire, la domanda dovrà essere presentata dal genitore o dal tutore.
Come FP CGIL Emilia-Romagna invitiamo a non procedere autonomamente prima dell’attivazione ufficiale della piattaforma. È importante evitare errori che potrebbero compromettere l’accesso al beneficio.
Assistenza e tutela: rivolgiti all’INCA CGIL
Attraverso il patronato INCA CGIL supportiamo le lavoratrici nella verifica dei requisiti e, non appena sarà possibile, nella presentazione della domanda.
Invitiamo tutte le interessate a rivolgersi alla sede INCA più vicina per ricevere assistenza personalizzata e aggiornata.
Garantire accesso alle misure di sostegno alla maternità significa difendere diritti e rafforzare le tutele nel lavoro. Continueremo a vigilare affinché le norme siano applicate correttamente e in modo equo.
Servizi pubblici a rischio collasso: FP CGIL chiede un Piano straordinario con 1.250.000 assunzioni
Senza un intervento immediato sul personale della Pubblica amministrazione, i servizi pubblici italiani rischiano un progressivo collasso. È l’allarme che lanciamo come FP CGIL, chiedendo al Governo e al Parlamento un Piano straordinario per l’occupazione pubblica da 1.250.000 assunzioni, indispensabile per far fronte ai pensionamenti previsti nei prossimi dieci anni e per rafforzare settori già oggi in forte sofferenza.
Abbiamo ribadito questa richiesta attraverso il nostro segretario generale, Federico Bozzanca, nel corso del presidio “Non c’è più tempo”, promosso dalla FP CGIL in piazza Vidoni a Roma. Un’iniziativa con cui abbiamo voluto riportare al centro del dibattito politico una questione strutturale: la tenuta delle amministrazioni pubbliche e la qualità dei servizi garantiti a cittadine e cittadini.
I numeri che denunciamo sono chiari. Nella Pubblica amministrazione operano oggi circa 88.720 lavoratrici e lavoratori con forme di lavoro flessibile: 11.180 nelle funzioni centrali, 35.780 nelle funzioni locali e 41.760 nella sanità. Parliamo del 6,2% del personale a tempo indeterminato complessivo, persone che ogni giorno svolgono un ruolo fondamentale e strategico per il funzionamento dello Stato, degli enti locali e del servizio sanitario.
Per noi la stabilizzazione di queste lavoratrici e di questi lavoratori non è più rinviabile. A questo si affianca la necessità di prorogare e scorrere le graduatorie pubbliche, di ripristinare quelle recentemente scadute e di superare l’attuale limite normativo che consente l’assunzione di appena il 20% degli idonei. Una soglia che consideriamo del tutto inadeguata rispetto ai reali fabbisogni delle amministrazioni.
In occasione della discussione parlamentare per la conversione in legge del decreto Milleproroghe, abbiamo presentato specifici emendamenti a tutti i gruppi parlamentari. Le nostre proposte puntano a finanziare un Piano straordinario per l’occupazione pubblica, garantire la proroga dei contratti a tempo determinato dei precari di tutta la PA, sostenere le procedure di stabilizzazione, prorogare la validità delle graduatorie in scadenza e ripristinare quelle appena scadute, oltre a finanziare lo scorrimento delle graduatorie per nuove assunzioni.
Senza nuove assunzioni il rischio è quello di una vera e propria desertificazione delle amministrazioni, con effetti diretti sulla sanità, sugli enti locali, sui servizi sociali e su tutte le funzioni essenziali che lo Stato deve garantire. Una prospettiva che renderebbe sempre più difficile rispondere ai bisogni delle persone e delle comunità, compromettendo il principio di universalità dei servizi pubblici.
Al presidio di piazza Vidoni hanno partecipato anche le parlamentari e i parlamentari Rachele Scarpa e Andrea Casu. Il nostro messaggio è netto: non c’è più tempo. Servono scelte strutturali e immediate per rilanciare l’occupazione pubblica, tutelare il lavoro e garantire servizi pubblici di qualità per tutte e tutti.
Liquidazioni dei dipendenti pubblici: nella nuova legge di bilancio arriva una beffa da 22 milioni di euro
La nuova legge di bilancio introduce una modifica che viene presentata come un miglioramento nei tempi di pagamento di Tfs e Tfr, ma che nei fatti rappresenta l’ennesima penalizzazione per chi lavora nel pubblico impiego. A denunciarlo sono Cgil, Fp Cgil, Flc Cgil e Spi Cgil, che parlano di un intervento di facciata destinato non solo a non risolvere il problema, ma addirittura a sottrarre risorse alle lavoratrici e ai lavoratori.
Il cuore della questione è nell’articolo 44 della manovra. La misura anticipa di tre mesi il pagamento del Tfs/Tfr, ma solo per i pensionamenti di vecchiaia, lasciando invariati i lunghissimi tempi di erogazione per tutte le altre tipologie di pensionamento, che possono arrivare fino a sette anni. Una scelta che ignora apertamente il monito della Corte Costituzionale, che nel 2023 aveva chiesto al legislatore di eliminare la disparità irragionevole tra pubblico e privato, assicurando tempi certi e uniformi.
La FP CGIL Emilia-Romagna sottolinea come il provvedimento non solo non elimini la discriminazione, ma anzi la aggravi. Infatti, l’anticipo dei tre mesi ha come conseguenza automatica la cancellazione della detassazione prevista fino a 50.000 euro per i pagamenti effettuati almeno dodici mesi dopo la cessazione dal servizio. Con il nuovo meccanismo, questa soglia non si raggiunge più, e ogni lavoratrice e lavoratore perde circa 750 euro. Applicato ai 30.122 pensionamenti di vecchiaia previsti, il risultato è un risparmio per lo Stato – e una perdita per i lavoratori – di 22,6 milioni di euro.
Questa sottrazione si aggiunge a una perdita già pesantissima del potere d’acquisto delle liquidazioni, che negli anni recenti ha registrato un deterioramento impressionante: tra 17.000 e 41.000 euro a seconda del livello retributivo, a causa dell’inflazione e del mancato rendimento. Per chi percepisce una liquidazione di 30.000 euro la perdita stimata è di quasi 18.000 euro; salgono a oltre 25.000 euro per chi arriva a 40.000, superano i 41.000 euro per una liquidazione da 60.000.
Si tratta dell’ennesimo tassello di una strategia più ampia che svaluta il lavoro pubblico: nessun finanziamento adeguato per i rinnovi contrattuali, nessuna misura per valorizzare chi ogni giorno garantisce servizi essenziali e continuità amministrativa. I Ccnl 2022/2024, non sottoscritti da Fp Cgil e Flc Cgil, hanno già determinato una perdita media salariale superiore al 10%.
Sul fronte previdenziale, la propaganda sul presunto superamento della legge Monti-Fornero si scontra con una realtà opposta: flessibilità in uscita azzerata, requisiti che aumentano, pensioni sempre più distanti e sempre più povere. A questo si aggiungono tagli retroattivi alle aliquote di rendimento per chi ha contributi prima del 1995 nelle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug.
Per queste ragioni, la FP CGIL Emilia-Romagna ribadisce la propria opposizione a quello che definisce un vero e proprio sequestro del Tfs/Tfr, anche attraverso azioni giudiziarie, e chiede un cambiamento strutturale: rispetto, diritti e risorse per chi tiene in piedi ogni giorno il Paese, a partire dagli stanziamenti necessari ai Ccnl 2025/2027.
Il prossimo 12 dicembre, le lavoratrici e i lavoratori pubblici sciopereranno per affermare che il lavoro non è un costo da comprimere, ma un valore da tutelare; per rivendicare pensioni giuste, tempi di pagamento del Tfs/Tfr finalmente allineati al settore privato e investimenti contrattuali adeguati. Una battaglia per la dignità, l’equità e il futuro del lavoro pubblico.
Sciopero generale del 12 dicembre 2025: la mobilitazione della Cgil contro una Legge di Bilancio ingiusta
La Cgil proclama per venerdì 12 dicembre 2025 uno sciopero generale di un’intera giornata di lavoro. Una scelta netta, motivata dall’urgenza di contrastare una Legge di Bilancio che, anziché sostenere salari, pensioni, welfare e investimenti produttivi, scarica ancora una volta i costi sulle lavoratrici, sui lavoratori e sui pensionati.
Una mobilitazione per difendere salari e pensioni
Negli ultimi tre anni salariati e pensionati hanno pagato 25 miliardi di tasse in più a causa del drenaggio fiscale, prodotto dalla mancata indicizzazione dell’Irpef. Significa perdite nette che vanno dai 700 euro per redditi da 20.000 euro fino ai 2.000 euro per redditi da 35.000 euro: un’ingiustizia fiscale che colpisce solo chi ha redditi fissi. Nessuna penalizzazione, invece, per flat tax, rendite e profitti.
Lo sciopero rivendica:
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aumento dei salari attraverso il rinnovo dei contratti nazionali;
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difesa del potere d’acquisto e risorse adeguate per il pubblico impiego;
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rafforzamento della quattordicesima per pensionate e pensionati.
Un welfare allo stremo: sanità, istruzione, casa, sicurezza
Mentre milioni di persone rinunciano a curarsi e le famiglie sostengono oltre 43 miliardi di spesa sanitaria privata, la manovra prevede che il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale scenda sotto il 6% del PIL entro il 2028: il livello più basso degli ultimi decenni.
Le risorse mancano ovunque:
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sanità pubblica e assistenza agli anziani;
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scuola e diritto allo studio;
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politiche per la casa;
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trasporto pubblico;
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salute e sicurezza sul lavoro, mentre i morti continuano ad aumentare.
Per le armi, però, i fondi si trovano immediatamente, anche ricorrendo al debito.
Pensioni: il Governo peggiora la Legge Fornero
La manovra aumenta ulteriormente l’età pensionabile, cancellando ogni residua forma di flessibilità in uscita, comprese opzione donna e le diverse quote. Un irrigidimento che colpirà il 99% delle lavoratrici e dei lavoratori. Meloni e Salvini, su questo fronte, riescono addirittura a fare peggio di Monti e Fornero.
Giovani senza futuro e Paese sempre più debole
L’Italia cresce allo “zero virgola”, la deindustrializzazione prosegue da tre anni e l’occupazione aumenta solo tra gli over 50. I giovani, invece, vivono lavori sempre più precari o scelgono di emigrare in massa per cercare dignità e futuro altrove.
Gli obiettivi dello sciopero
La mobilitazione mira a:
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sostenere le vertenze aperte nelle categorie per i rinnovi contrattuali;
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aprire una vertenza generale con il Governo, chiedendo una radicale correzione della Manovra di Bilancio.
Le proposte includono:
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neutralizzazione del fiscal drag e restituzione delle somme perse;
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rinnovo dei contratti, risorse per il pubblico impiego e detassazione reale degli incrementi;
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quattordicesima rafforzata per pensionati e pensionate;
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blocco dell’aumento automatico dell’età pensionabile;
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pensione contributiva di garanzia per precari e discontinui;
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vere politiche industriali e del terziario per governare la transizione ecologica e digitale;
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più sicurezza sul lavoro e riforma del sistema degli appalti;
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contrasto al lavoro povero, nero e sommerso;
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potenziamento dei servizi pubblici: sanità, istruzione, non autosufficienza, assistenza territoriale, casa, trasporti;
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piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni nel settore pubblico;
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misure strutturali per ridurre i divari di genere;
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una strategia reale per il rilancio del Mezzogiorno.
Le risorse ci sono: basta volerle prendere
Due condizioni rendono possibile finanziare queste scelte.
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Andare a prendere i soldi dove sono: profitti, extraprofitti, grandi ricchezze ed evasione fiscale. La proposta della Cgil, che include un contributo di solidarietà dell’1% più ricco della popolazione, garantirebbe 26 miliardi l’anno.
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Dire no alla corsa al riarmo: una scelta che rischia di trascinare l’Italia e l’Europa in un’economia di guerra, sottraendo fino a 1.000 miliardi entro il 2035.
Settori coinvolti e orari dello sciopero
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Tutti i settori pubblici e privati, inclusi appalti e servizi strumentali, per l’intera giornata.
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Trasporto ferroviario: dalle 00.01 alle 21.00 del 12 dicembre.
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Vigili del Fuoco: 4 ore per il personale turnista (09.00–13.00), intera giornata per il personale giornaliero e amministrativo.
Sono esentati: igiene ambientale, personale del Ministero della Giustizia, personale ATAC S.p.A. e tutto il trasporto aereo.
Lo sciopero generale del 12 dicembre è quindi una risposta necessaria a una manovra che taglia diritti, impoverisce il Paese e investe sulle armi invece che sul lavoro, sui servizi pubblici, sulla dignità sociale.










