Referendum sulla giustizia: cosa cambia davvero e perché votare NO
Il 22 e 23 marzo cittadine e cittadini saranno chiamati a votare su una riforma costituzionale che interviene sull’ordinamento della magistratura italiana. Si tratta di un passaggio importante perché riguarda il funzionamento della giustizia e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo utile entrare nel merito della riforma per spiegare cosa prevede realmente e quali potrebbero essere le sue conseguenze.
Come funziona oggi il controllo sulla magistratura
Oggi l’operato dei magistrati è garantito dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), un organo previsto dalla Costituzione che ha il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Il CSM è composto da:
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magistrati eletti dalla magistratura
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avvocati e giuristi eletti dal Parlamento
Si tratta quindi di un organismo che tiene insieme competenze diverse ma che resta autonomo dalle influenze politiche.
Un elemento fondamentale è che il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica, proprio per assicurare un equilibrio istituzionale e una garanzia di indipendenza.
Cosa cambierebbe con la riforma
Se il referendum approvasse la riforma, una parte delle funzioni di controllo sulla magistratura verrebbe trasferita a un nuovo organismo: l’Alta Corte disciplinare.
Questo nuovo organo avrebbe il compito di vigilare sull’operato dei magistrati e di valutare eventuali responsabilità disciplinari.
Il punto centrale riguarda però come verrebbero scelti i suoi membri.
Secondo il meccanismo previsto:
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alcuni membri verrebbero nominati dal Presidente della Repubblica
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altri verrebbero estratti a sorte
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una parte sarebbe sorteggiata da una lista indicata dal Parlamento
Questo significa che una quota significativa dei membri verrebbe scelta indirettamente dalla politica attraverso le liste decise dal Parlamento.
Inoltre l’Alta Corte non sarebbe presieduta dal Presidente della Repubblica, a differenza del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il rischio di maggiore influenza politica
Uno dei temi centrali riguarda proprio il rapporto tra magistratura e politica.
Il nuovo sistema di selezione tramite sorteggio da elenchi indicati dal Parlamento potrebbe comportare una maggiore incidenza della maggioranza politica del momento nella scelta dei componenti dell’organo disciplinare.
Questo rischierebbe di indebolire quel principio di autonomia della magistratura che la Costituzione ha voluto garantire fin dalla nascita della Repubblica.
Il tema della separazione delle carriere
Tra le motivazioni più utilizzate dai sostenitori della riforma c’è l’idea che sia necessario separare nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Secondo questa tesi, il giudice potrebbe essere portato a favorire il pubblico ministero perché appartiene allo stesso ordine professionale.
Tuttavia la realtà del sistema giudiziario è diversa.
Oggi giudici e pubblici ministeri possono cambiare funzione una sola volta nella vita e si tratta di una possibilità utilizzata da una percentuale minima di magistrati: meno di uno su cento.
Il sistema attuale prevede già quindi una forte distinzione tra i ruoli.
Inoltre nei processi il giudice non è parte del confronto tra accusa e difesa. Il suo compito è ascoltare le parti e decidere in modo imparziale, sulla base delle prove e delle norme.
I dati dei processi
Un altro elemento spesso ignorato nel dibattito riguarda i risultati dei procedimenti giudiziari.
Una quota significativa dei processi si conclude con assoluzioni o archiviazioni, segno che il giudice svolge un ruolo di controllo effettivo rispetto alle richieste dell’accusa.
Questo dato mostra come il sistema processuale italiano sia strutturato per garantire l’equilibrio tra accusa, difesa e giudice.
I problemi reali della giustizia
Nel dibattito pubblico spesso si parla di riforme della magistratura, ma i problemi concreti della giustizia italiana sono altri.
Tra i principali:
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tempi troppo lunghi dei processi
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carenze di personale negli uffici giudiziari
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mancanza di risorse e strumenti adeguati
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necessità di innovazione tecnologica e digitalizzazione delle procedure
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condizioni strutturali spesso insufficienti per uffici e aule di tribunale
Sono questi gli interventi che potrebbero realmente migliorare il funzionamento della giustizia.
Per esempio sarebbe fondamentale:
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assumere nuovo personale
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stabilizzare migliaia di lavoratrici e lavoratori precari assunti con il PNRR
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rafforzare l’Ufficio per il processo
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investire in innovazione tecnologica e sicurezza degli ambienti di lavoro
La riforma al voto non interviene su questi aspetti.
Perché votare NO
Il referendum non riguarda solo una modifica tecnica dell’organizzazione della magistratura. Tocca invece l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il modo in cui vengono garantiti i diritti dei cittadini.
Per queste ragioni riteniamo che la riforma:
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non affronti i problemi reali della giustizia
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rischi di aumentare l’influenza della politica sugli organi di controllo della magistratura
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possa mettere in discussione un equilibrio istituzionale costruito dalla Costituzione.
Per questo invitiamo cittadine e cittadini a partecipare al voto del 22 e 23 marzo ed esprimere NO al referendum.
Referendum giustizia 22 e 23 marzo 2026: guida pratica al voto
Si vota domenica 22 marzo 2026 dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo 2026 dalle 7 alle 15. Lo scrutinio inizia subito dopo la chiusura del voto.
Per votare bisogna presentarsi al proprio seggio con un documento di identità valido e con la tessera elettorale. La scheda del referendum è verde.
Questo è un referendum costituzionale confermativo. Significa che non c’è quorum: il referendum è valido qualunque sia l’affluenza e conta solo la maggioranza dei voti espressi.
La domanda riguarda la legge costituzionale su ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare, cioè la riforma che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due distinti organismi di autogoverno e una nuova Alta Corte disciplinare.
Sul piano pratico, il significato del voto è semplice: votare Sì vuol dire confermare la riforma; votare No vuol dire respingerla e impedirne l’entrata in vigore.
Perché votare No? Perché questa riforma non interviene sui problemi concreti della giustizia che cittadini e lavoratori incontrano davvero ogni giorno, come i tempi lunghi, la carenza di personale, gli organici insufficienti e la mancanza di investimenti organizzativi e tecnologici. In compenso, modifica un equilibrio costituzionale molto delicato, incidendo sull’autonomia della magistratura e sul rapporto tra i poteri dello Stato. Questa è la ragione politica e istituzionale per cui FP CGIL Emilia-Romagna si schiera per il No.
Bonus Mamme 2026: chi ne ha diritto e cosa cambia per le lavoratrici madri
Nel 2026 cambia il Bonus Mamme, il sostegno economico destinato alle lavoratrici madri. Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo fondamentale fornire informazioni chiare e corrette su requisiti, importi e modalità di accesso, affinché nessuna avente diritto resti esclusa.
Cosa cambia nel 2026
La novità principale riguarda l’importo del contributo. Per il 2026 il bonus passa da 40 a 60 euro per ogni mese lavorato, fino a un massimo di 720 euro complessivi, che verranno erogati in un’unica soluzione nel mese di dicembre.
Si tratta di un sostegno economico che può rappresentare un aiuto concreto per molte famiglie, soprattutto in una fase di aumento del costo della vita.
A chi spetta il Bonus Mamme 2026
Il contributo è riconosciuto alle:
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lavoratrici dipendenti (sono escluse le lavoratrici domestiche);
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lavoratrici autonome iscritte alla Gestione Separata;
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lavoratrici parasubordinate iscritte alla Gestione Separata (ad esempio co.co.co.).
È necessario avere un reddito annuo fino a 40.000 euro.
Per quanto riguarda i requisiti familiari, il bonus spetta alle:
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madri di almeno 2 figli, con il più piccolo fino a 10 anni;
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oppure madri di almeno 3 figli, con il più piccolo fino a 18 anni, se con contratto autonomo o a termine.
Sono invece escluse le lavoratrici madri con contratto a tempo indeterminato e almeno 3 figli, che continuano a beneficiare dell’esonero contributivo fino a 3.000 euro annui, oltre alle lavoratrici domestiche.
Attenzione: quando fare domanda
Al momento non è ancora possibile presentare la richiesta. È necessario attendere che l’INPS renda disponibile la procedura telematica.
Per le madri minorenni o incapaci di agire, la domanda dovrà essere presentata dal genitore o dal tutore.
Come FP CGIL Emilia-Romagna invitiamo a non procedere autonomamente prima dell’attivazione ufficiale della piattaforma. È importante evitare errori che potrebbero compromettere l’accesso al beneficio.
Assistenza e tutela: rivolgiti all’INCA CGIL
Attraverso il patronato INCA CGIL supportiamo le lavoratrici nella verifica dei requisiti e, non appena sarà possibile, nella presentazione della domanda.
Invitiamo tutte le interessate a rivolgersi alla sede INCA più vicina per ricevere assistenza personalizzata e aggiornata.
Garantire accesso alle misure di sostegno alla maternità significa difendere diritti e rafforzare le tutele nel lavoro. Continueremo a vigilare affinché le norme siano applicate correttamente e in modo equo.
Servizi pubblici a rischio collasso: FP CGIL chiede un Piano straordinario con 1.250.000 assunzioni
Senza un intervento immediato sul personale della Pubblica amministrazione, i servizi pubblici italiani rischiano un progressivo collasso. È l’allarme che lanciamo come FP CGIL, chiedendo al Governo e al Parlamento un Piano straordinario per l’occupazione pubblica da 1.250.000 assunzioni, indispensabile per far fronte ai pensionamenti previsti nei prossimi dieci anni e per rafforzare settori già oggi in forte sofferenza.
Abbiamo ribadito questa richiesta attraverso il nostro segretario generale, Federico Bozzanca, nel corso del presidio “Non c’è più tempo”, promosso dalla FP CGIL in piazza Vidoni a Roma. Un’iniziativa con cui abbiamo voluto riportare al centro del dibattito politico una questione strutturale: la tenuta delle amministrazioni pubbliche e la qualità dei servizi garantiti a cittadine e cittadini.
I numeri che denunciamo sono chiari. Nella Pubblica amministrazione operano oggi circa 88.720 lavoratrici e lavoratori con forme di lavoro flessibile: 11.180 nelle funzioni centrali, 35.780 nelle funzioni locali e 41.760 nella sanità. Parliamo del 6,2% del personale a tempo indeterminato complessivo, persone che ogni giorno svolgono un ruolo fondamentale e strategico per il funzionamento dello Stato, degli enti locali e del servizio sanitario.
Per noi la stabilizzazione di queste lavoratrici e di questi lavoratori non è più rinviabile. A questo si affianca la necessità di prorogare e scorrere le graduatorie pubbliche, di ripristinare quelle recentemente scadute e di superare l’attuale limite normativo che consente l’assunzione di appena il 20% degli idonei. Una soglia che consideriamo del tutto inadeguata rispetto ai reali fabbisogni delle amministrazioni.
In occasione della discussione parlamentare per la conversione in legge del decreto Milleproroghe, abbiamo presentato specifici emendamenti a tutti i gruppi parlamentari. Le nostre proposte puntano a finanziare un Piano straordinario per l’occupazione pubblica, garantire la proroga dei contratti a tempo determinato dei precari di tutta la PA, sostenere le procedure di stabilizzazione, prorogare la validità delle graduatorie in scadenza e ripristinare quelle appena scadute, oltre a finanziare lo scorrimento delle graduatorie per nuove assunzioni.
Senza nuove assunzioni il rischio è quello di una vera e propria desertificazione delle amministrazioni, con effetti diretti sulla sanità, sugli enti locali, sui servizi sociali e su tutte le funzioni essenziali che lo Stato deve garantire. Una prospettiva che renderebbe sempre più difficile rispondere ai bisogni delle persone e delle comunità, compromettendo il principio di universalità dei servizi pubblici.
Al presidio di piazza Vidoni hanno partecipato anche le parlamentari e i parlamentari Rachele Scarpa e Andrea Casu. Il nostro messaggio è netto: non c’è più tempo. Servono scelte strutturali e immediate per rilanciare l’occupazione pubblica, tutelare il lavoro e garantire servizi pubblici di qualità per tutte e tutti.
Liquidazioni dei dipendenti pubblici: nella nuova legge di bilancio arriva una beffa da 22 milioni di euro
La nuova legge di bilancio introduce una modifica che viene presentata come un miglioramento nei tempi di pagamento di Tfs e Tfr, ma che nei fatti rappresenta l’ennesima penalizzazione per chi lavora nel pubblico impiego. A denunciarlo sono Cgil, Fp Cgil, Flc Cgil e Spi Cgil, che parlano di un intervento di facciata destinato non solo a non risolvere il problema, ma addirittura a sottrarre risorse alle lavoratrici e ai lavoratori.
Il cuore della questione è nell’articolo 44 della manovra. La misura anticipa di tre mesi il pagamento del Tfs/Tfr, ma solo per i pensionamenti di vecchiaia, lasciando invariati i lunghissimi tempi di erogazione per tutte le altre tipologie di pensionamento, che possono arrivare fino a sette anni. Una scelta che ignora apertamente il monito della Corte Costituzionale, che nel 2023 aveva chiesto al legislatore di eliminare la disparità irragionevole tra pubblico e privato, assicurando tempi certi e uniformi.
La FP CGIL Emilia-Romagna sottolinea come il provvedimento non solo non elimini la discriminazione, ma anzi la aggravi. Infatti, l’anticipo dei tre mesi ha come conseguenza automatica la cancellazione della detassazione prevista fino a 50.000 euro per i pagamenti effettuati almeno dodici mesi dopo la cessazione dal servizio. Con il nuovo meccanismo, questa soglia non si raggiunge più, e ogni lavoratrice e lavoratore perde circa 750 euro. Applicato ai 30.122 pensionamenti di vecchiaia previsti, il risultato è un risparmio per lo Stato – e una perdita per i lavoratori – di 22,6 milioni di euro.
Questa sottrazione si aggiunge a una perdita già pesantissima del potere d’acquisto delle liquidazioni, che negli anni recenti ha registrato un deterioramento impressionante: tra 17.000 e 41.000 euro a seconda del livello retributivo, a causa dell’inflazione e del mancato rendimento. Per chi percepisce una liquidazione di 30.000 euro la perdita stimata è di quasi 18.000 euro; salgono a oltre 25.000 euro per chi arriva a 40.000, superano i 41.000 euro per una liquidazione da 60.000.
Si tratta dell’ennesimo tassello di una strategia più ampia che svaluta il lavoro pubblico: nessun finanziamento adeguato per i rinnovi contrattuali, nessuna misura per valorizzare chi ogni giorno garantisce servizi essenziali e continuità amministrativa. I Ccnl 2022/2024, non sottoscritti da Fp Cgil e Flc Cgil, hanno già determinato una perdita media salariale superiore al 10%.
Sul fronte previdenziale, la propaganda sul presunto superamento della legge Monti-Fornero si scontra con una realtà opposta: flessibilità in uscita azzerata, requisiti che aumentano, pensioni sempre più distanti e sempre più povere. A questo si aggiungono tagli retroattivi alle aliquote di rendimento per chi ha contributi prima del 1995 nelle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug.
Per queste ragioni, la FP CGIL Emilia-Romagna ribadisce la propria opposizione a quello che definisce un vero e proprio sequestro del Tfs/Tfr, anche attraverso azioni giudiziarie, e chiede un cambiamento strutturale: rispetto, diritti e risorse per chi tiene in piedi ogni giorno il Paese, a partire dagli stanziamenti necessari ai Ccnl 2025/2027.
Il prossimo 12 dicembre, le lavoratrici e i lavoratori pubblici sciopereranno per affermare che il lavoro non è un costo da comprimere, ma un valore da tutelare; per rivendicare pensioni giuste, tempi di pagamento del Tfs/Tfr finalmente allineati al settore privato e investimenti contrattuali adeguati. Una battaglia per la dignità, l’equità e il futuro del lavoro pubblico.
Sciopero generale del 12 dicembre 2025: la mobilitazione della Cgil contro una Legge di Bilancio ingiusta
La Cgil proclama per venerdì 12 dicembre 2025 uno sciopero generale di un’intera giornata di lavoro. Una scelta netta, motivata dall’urgenza di contrastare una Legge di Bilancio che, anziché sostenere salari, pensioni, welfare e investimenti produttivi, scarica ancora una volta i costi sulle lavoratrici, sui lavoratori e sui pensionati.
Una mobilitazione per difendere salari e pensioni
Negli ultimi tre anni salariati e pensionati hanno pagato 25 miliardi di tasse in più a causa del drenaggio fiscale, prodotto dalla mancata indicizzazione dell’Irpef. Significa perdite nette che vanno dai 700 euro per redditi da 20.000 euro fino ai 2.000 euro per redditi da 35.000 euro: un’ingiustizia fiscale che colpisce solo chi ha redditi fissi. Nessuna penalizzazione, invece, per flat tax, rendite e profitti.
Lo sciopero rivendica:
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aumento dei salari attraverso il rinnovo dei contratti nazionali;
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difesa del potere d’acquisto e risorse adeguate per il pubblico impiego;
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rafforzamento della quattordicesima per pensionate e pensionati.
Un welfare allo stremo: sanità, istruzione, casa, sicurezza
Mentre milioni di persone rinunciano a curarsi e le famiglie sostengono oltre 43 miliardi di spesa sanitaria privata, la manovra prevede che il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale scenda sotto il 6% del PIL entro il 2028: il livello più basso degli ultimi decenni.
Le risorse mancano ovunque:
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sanità pubblica e assistenza agli anziani;
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scuola e diritto allo studio;
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politiche per la casa;
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trasporto pubblico;
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salute e sicurezza sul lavoro, mentre i morti continuano ad aumentare.
Per le armi, però, i fondi si trovano immediatamente, anche ricorrendo al debito.
Pensioni: il Governo peggiora la Legge Fornero
La manovra aumenta ulteriormente l’età pensionabile, cancellando ogni residua forma di flessibilità in uscita, comprese opzione donna e le diverse quote. Un irrigidimento che colpirà il 99% delle lavoratrici e dei lavoratori. Meloni e Salvini, su questo fronte, riescono addirittura a fare peggio di Monti e Fornero.
Giovani senza futuro e Paese sempre più debole
L’Italia cresce allo “zero virgola”, la deindustrializzazione prosegue da tre anni e l’occupazione aumenta solo tra gli over 50. I giovani, invece, vivono lavori sempre più precari o scelgono di emigrare in massa per cercare dignità e futuro altrove.
Gli obiettivi dello sciopero
La mobilitazione mira a:
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sostenere le vertenze aperte nelle categorie per i rinnovi contrattuali;
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aprire una vertenza generale con il Governo, chiedendo una radicale correzione della Manovra di Bilancio.
Le proposte includono:
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neutralizzazione del fiscal drag e restituzione delle somme perse;
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rinnovo dei contratti, risorse per il pubblico impiego e detassazione reale degli incrementi;
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quattordicesima rafforzata per pensionati e pensionate;
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blocco dell’aumento automatico dell’età pensionabile;
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pensione contributiva di garanzia per precari e discontinui;
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vere politiche industriali e del terziario per governare la transizione ecologica e digitale;
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più sicurezza sul lavoro e riforma del sistema degli appalti;
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contrasto al lavoro povero, nero e sommerso;
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potenziamento dei servizi pubblici: sanità, istruzione, non autosufficienza, assistenza territoriale, casa, trasporti;
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piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni nel settore pubblico;
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misure strutturali per ridurre i divari di genere;
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una strategia reale per il rilancio del Mezzogiorno.
Le risorse ci sono: basta volerle prendere
Due condizioni rendono possibile finanziare queste scelte.
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Andare a prendere i soldi dove sono: profitti, extraprofitti, grandi ricchezze ed evasione fiscale. La proposta della Cgil, che include un contributo di solidarietà dell’1% più ricco della popolazione, garantirebbe 26 miliardi l’anno.
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Dire no alla corsa al riarmo: una scelta che rischia di trascinare l’Italia e l’Europa in un’economia di guerra, sottraendo fino a 1.000 miliardi entro il 2035.
Settori coinvolti e orari dello sciopero
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Tutti i settori pubblici e privati, inclusi appalti e servizi strumentali, per l’intera giornata.
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Trasporto ferroviario: dalle 00.01 alle 21.00 del 12 dicembre.
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Vigili del Fuoco: 4 ore per il personale turnista (09.00–13.00), intera giornata per il personale giornaliero e amministrativo.
Sono esentati: igiene ambientale, personale del Ministero della Giustizia, personale ATAC S.p.A. e tutto il trasporto aereo.
Lo sciopero generale del 12 dicembre è quindi una risposta necessaria a una manovra che taglia diritti, impoverisce il Paese e investe sulle armi invece che sul lavoro, sui servizi pubblici, sulla dignità sociale.
In pensione sempre più tardi e più poveri: la verità sulle scelte del Governo
Il Governo aveva promesso di superare la legge Fornero, ma la nuova legge di bilancio va nella direzione opposta: si andrà in pensione sempre più tardi e con assegni sempre più bassi.
La FP CGIL Emilia-Romagna denuncia un peggioramento delle regole che riguarda tutte le lavoratrici e i lavoratori.
Si allontana l’età della pensione
La legge Fornero, introdotta nel 2011, lega l’età della pensione alla speranza di vita. Ora il Governo conferma e peggiora questo meccanismo.
Dal 2027 si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi e dal 2029 a 67 anni e 5 mesi.
Per la pensione anticipata serviranno 43 anni e 3 mesi di contributi (42 anni e 3 mesi per le donne).
Altro che 41 anni per tutti, come promesso.
A fine anno scadranno anche le ultime forme di flessibilità in uscita:
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Quota 103, che permetteva di andare in pensione con 62 anni di età e 41 anni di contributi, verrà eliminata. Era già penalizzante perché l’importo veniva calcolato interamente con il sistema contributivo, quindi più basso.
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APE Sociale, un aiuto per chi svolge lavori gravosi o è disoccupato, alzerà il requisito da 63 anni a 63 anni e 5 mesi.
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Opzione Donna, che permetteva alle lavoratrici di anticipare la pensione accettando un taglio sull’importo, è stata cancellata.
Dal 2030 sarà ancora più difficile: per chi è nel sistema contributivo servirà un assegno mensile pari almeno a 3,2 volte quello sociale (circa 1.811 euro lordi). Una soglia che esclude la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici.
Assegni sempre più bassi
Dal 1° gennaio 2025 le pensioni diminuiranno ancora per effetto della revisione dei coefficienti di trasformazione, cioè i parametri che servono a calcolare l’importo della pensione.
Nel 2027 è previsto un ulteriore taglio.
I dipendenti pubblici subiscono un doppio colpo:
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il ricalcolo al ribasso delle pensioni per alcune gestioni (CPDEL, CPS, CPUG e CPI, cioè le casse che riguardano Comuni, Sanità, Università e Insegnamento);
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e il ritardo fino a 7 anni nel pagamento del TFS/TFR, cioè la liquidazione di fine servizio, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale che obbliga il Governo a intervenire. Questo ritardo può far perdere anche 20.000 euro su un trattamento di 100.000.
Pensionati più poveri
Chi è già in pensione non sta meglio: la mancata rivalutazione degli assegni nel biennio 2023-2024 ha causato una perdita complessiva di 60 miliardi di euro, pari a circa 9.000 euro in meno per una pensione di 1.700 euro netti al mese.
Nessuna misura concreta è stata presa per combattere l’evasione fiscale e contributiva, che continua a togliere risorse preziose al sistema previdenziale.
Per la dignità del lavoro e delle pensioni
La pensione non è un privilegio, ma il risultato di una vita di lavoro.
Per difendere i diritti delle persone che lavorano e di chi è già in pensione, la FP CGIL Emilia-Romagna sarà in piazza il 25 ottobre 2025 a Roma, alla manifestazione nazionale per chiedere pensioni giuste, più risorse per il lavoro e meno spese per il riarmo.
Pensioni, dal governo un silenzio che dice tutto
Il confronto tra governo e sindacati sulla previdenza si è chiuso con un nulla di fatto. Nessuna riforma della legge Fornero, nessuna misura concreta per garantire pensioni dignitose. Ancora una volta, chi lavora dovrà restare al lavoro più a lungo e con assegni sempre più bassi.
Nessuna riforma, solo promesse
Durante l’incontro del 10 gennaio con i sindacati di categoria, il tema previdenziale è stato completamente ignorato. Nonostante le promesse di superamento della legge Fornero, l’esecutivo non ha affrontato il nodo delle pensioni, né ha fornito risposte sull’aumento dei requisiti di età previsto dal 2027: 67 anni e 3 mesi per la pensione di vecchiaia, che saliranno a 67 anni e 5 mesi nel 2029.
Per la pensione anticipata, invece, serviranno oltre 43 anni di contributi. “Altro che quota 41 per tutti”, commenta amaramente la Cgil: l’obiettivo della pensione si allontana sempre di più.
Si esce più tardi e con assegni più bassi
“Si va in pensione più tardi e con assegni sempre più bassi”, spiega Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil. Le misure temporanee come Opzione Donna sono state di fatto cancellate, mentre l’aumento dell’importo soglia per l’uscita a 64 anni esclude la maggior parte dei lavoratori.
La flessibilità promessa dal governo resta sulla carta, e l’idea di “comprare” la pensione anticipata con il Tfr appare un paradosso: per colmare appena 500 euro di differenza servirebbero oltre 128 mila euro accantonati.
Pensioni future sempre più povere
Dal 2025 la situazione peggiora ulteriormente. I nuovi coefficienti di trasformazione tagliano gli assegni pensionistici per tutti i futuri pensionati. Chi guadagna circa 30 mila euro lordi all’anno rischia di perdere fino a 12.500 euro complessivi se non verranno introdotti correttivi.
Più del 70% delle pensioni oggi è calcolato con il sistema contributivo, il che significa assegni sempre più bassi per le generazioni più giovani e per chi ha carriere discontinue.
Nessuna prospettiva di riforma
Il governo tace anche sulle misure in scadenza: Ape Sociale, Quota 103 e Opzione Donna. Tutti strumenti limitati, che interessano appena 20 mila persone e non cambiano la sostanza: per il 99% delle lavoratrici e dei lavoratori continua a valere la legge Fornero.
Nel Documento di programmazione economico-finanziaria non si trova alcun piano di riforma previdenziale strutturale. Anche il tavolo tecnico con le parti sociali è fermo dal 2023, segno della mancanza di volontà politica.
La proposta della Cgil: giustizia e garanzie
“Questo governo continua a ignorare la realtà sociale del Paese, fatta di salari bassi e precarietà diffusa”, afferma Ghiglione. La Cgil propone una pensione contributiva di garanzia per giovani e lavoratori discontinui, una vera flessibilità in uscita che riconosca i lavori gravosi e il lavoro di cura, e il blocco dell’automatismo legato all’aspettativa di vita.
Al tempo stesso serve una rivalutazione piena delle pensioni in essere, per difendere il potere d’acquisto di chi ha già lavorato una vita.
“È tempo di rimettere la giustizia sociale al centro delle politiche del Paese”, conclude Ghiglione. “Basta slogan: il sistema previdenziale deve garantire dignità e sicurezza a chi lavora, non fare cassa sulla pelle dei pensionati e delle nuove generazioni.”
La posizione della FP CGIL sul DDL “Merito” (AC 2511)
La Funzione Pubblica CGIL ha depositato la propria memoria scritta presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati sul disegno di legge “Disposizioni in materia di sviluppo della carriera dirigenziale e della valutazione della performance del personale delle pubbliche amministrazioni” (AC 2511), il cosiddetto DDL Merito.
Un provvedimento che, secondo la FP CGIL, rischia di compromettere l’autonomia, l’imparzialità e l’efficacia della Pubblica Amministrazione, sostituendo criteri oggettivi di valutazione con logiche discrezionali e politiche.
Un impianto pensato per le funzioni centrali, ma imposto a tutte le PA
Il disegno di legge appare concepito per le amministrazioni centrali, ma esteso anche agli enti locali senza tener conto delle differenze organizzative e operative del sistema dei Comuni.
Le norme si sovrappongono a disposizioni già disciplinate dalla contrattazione collettiva nazionale, generando confusione nei sistemi di valutazione e nella gestione della performance.
Valutazione dei dirigenti: più controllo politico, meno autonomia
La FP CGIL contesta la volontà del legislatore di subordinare i dirigenti alla politica, attraverso sistemi di valutazione diretta e discrezionale che incidono anche sul trattamento economico.
Si introduce inoltre un meccanismo di carriera “in prova” per 4-5 anni, legato a valutazioni continue da parte del dirigente sovraordinato, con rischi di licenziamento e incertezze sulla conservazione del posto.
Penalizzati i lavoratori, a costo zero per lo Stato
Il disegno di legge prevede una differenziazione della valutazione del personale senza risorse aggiuntive, ridistribuendo i fondi esistenti e creando competizione interna invece che valorizzazione.
Con la limitazione al 30% delle valutazioni più alte e al 20% delle “eccellenze”, si finisce per penalizzare la maggioranza dei lavoratori e vanificare i principi di equità.
Il ridimensionamento degli OIV: un arretramento per la trasparenza
La riforma degli Organismi Indipendenti di Valutazione (OIV) rappresenta, secondo la FP CGIL, un grave arretramento.
Gli OIV vengono svuotati del loro ruolo tecnico e ridotti a organi consultivi, restituendo la valutazione ai vertici politico-amministrativi.
Questo apre la strada a decisioni arbitrarie e mina la credibilità dei sistemi di valutazione, soprattutto negli enti locali.
Un modello che rischia di precarizzare la dirigenza pubblica
Il DDL prevede percorsi di carriera fondati su valutazioni soggettive, non anonime e potenzialmente retroattive, affidando al dirigente sovraordinato un ruolo predominante nella selezione.
La FP CGIL ribadisce la preferenza per il sistema concorsuale pubblico, come sancito dall’articolo 97 della Costituzione, a garanzia di imparzialità e merito effettivo.
Norme da sopprimere e proposte di emendamento
La FP CGIL chiede la soppressione di due disposizioni ritenute inaccettabili:
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la cessazione automatica degli incarichi dirigenziali ex art. 110 TUEL alla scadenza del mandato del sindaco;
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la deroga che consente il transito nella prima fascia ai dirigenti di seconda con almeno 24 mesi di incarico.
Il DDL Merito non valorizza il personale pubblico, ma accentua gerarchie e discrezionalità.
Sistemi di valutazione imposti dall’alto, indebolimento degli OIV e precarizzazione della dirigenza allontanano la prospettiva di una Pubblica Amministrazione indipendente e autorevole.
La FP CGIL chiede un confronto vero per riforme che rafforzino professionalità, formazione e percorsi di carriera, nell’interesse dei cittadini e della qualità dei servizi pubblici.
Democrazia al Lavoro: Cgil, 25 ottobre manifestazione nazionale a Roma
La Funzione Pubblica CGIL chiama alla mobilitazione per la manifestazione nazionale del 25 ottobre 2025 a Roma insieme a tutta la CGIL!
L’appuntamento è alle ore 13:30 in Piazza della Repubblica, con conclusione a Piazza San Giovanni in Laterano.
Saremo in piazza per aumentare salari e pensioni, per dire NO al riarmo, per investire su sanità e scuola, per dire NO alla precarietà e per una vera riforma fiscale.
È il momento di costruire un futuro fondato su giustizia sociale, pace e diritti per tutti.
Le nostre priorità per la Legge di Bilancio 2026
Stop al riarmo.
Servono investimenti su sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative e sociali.
Giustizia fiscale.
Le risorse devono venire da grandi ricchezze ed evasione fiscale, non da lavoratori e pensionati. La FP CGIL chiede lo stop a flat tax e condoni, la restituzione del drenaggio fiscale già subito e la neutralizzazione di quello futuro.
Contratti e salari.
È tempo di rinnovare i CCNL pubblici e privati, detassare gli incrementi salariali, contrastare precarietà e lavoro povero e introdurre salario minimo e legge sulla rappresentanza.
Pensioni e diritti sociali.
La FP CGIL chiede la piena rivalutazione delle pensioni, l’estensione della quattordicesima, il superamento della legge Fornero e una pensione di garanzia per giovani e precari.
Sviluppo e ambiente.
Servono politiche industriali per contrastare le delocalizzazioni, creare nuovo lavoro stabile, sostenere la transizione energetica, ambientale e tecnologica, e una vera strategia di sviluppo per il Mezzogiorno.
Sicurezza e appalti.
Tutelare la salute e la sicurezza sul lavoro e riformare il sistema degli appalti è una priorità per difendere lavoratrici e lavoratori da sfruttamento e dumping contrattuale.
Le scelte giuste: contratti e servizi pubblici, non armi
Non abbiamo bisogno di armi, ma di una rete di servizi pubblici efficaci e universali, capaci di garantire diritti, uguaglianza e giustizia sociale.
La FP CGIL chiede più assunzioni nella pubblica amministrazione, la stabilizzazione dei precari e la valorizzazione delle professionalità con percorsi di carriera equi e contratti rinnovati.
Mobilitiamoci per la pace e per un modello di sviluppo sostenibile
La strada intrapresa dal Governo peggiora le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle persone, colpendo lavoratori, pensionati, giovani e donne.
Il 25 ottobre a Roma uniamo le nostre voci per salari, diritti, sanità pubblica e giustizia fiscale.











