La vittoria del No al referendum sulla giustizia non è soltanto un risultato elettorale. È un passaggio politico e civile che consegna un messaggio netto: nel Paese c’è una domanda forte di democrazia, partecipazione e rispetto dell’equilibrio costituzionale. Come FP CGIL Emilia-Romagna leggiamo questo voto come un segnale chiaro: la Costituzione non si piega agli interessi di parte, si applica e si difende. Maurizio Landini ha parlato dell’inizio di “una nuova primavera”, sottolineando che dal voto emerge una richiesta di cambiamento e di nuove politiche economiche e sociali capaci di rimettere al centro lavoro, diritti e pace.

Il dato politico è ancora più evidente se si guarda alla geografia del voto. Il No ha vinto in 17 regioni e ha prevalso con forza nelle grandi città, da Roma a Napoli, da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Firenze a Bologna. In Emilia-Romagna, inoltre, l’affluenza ha sfiorato il 67% e il No ha superato il dato nazionale, confermando una partecipazione ampia e consapevole. È un risultato che parla di radicamento democratico, di senso civico e di una diffusa volontà di respingere riforme percepite come sbagliate e divisive.

Dentro questa affermazione del No ci sono poi alcuni elementi sociali e politici che meritano attenzione. Il voto del Mezzogiorno ha rappresentato una bocciatura netta delle politiche del governo, fino a essere letto dai dirigenti sindacali della Cgil del Sud come una risposta all’impostazione “antimeridionalista” dell’attuale esecutivo. In Campania, per esempio, la riforma è stata respinta da oltre il 66% dei votanti, mentre a Napoli il No ha toccato punte altissime, fino al 75,5%.

Determinante è stato anche il protagonismo delle nuove generazioni. Secondo le analisi richiamate da Collettiva, l’80% degli under 25 e il 61% degli under 35 si sono espressi per il No. Non solo: tra i 18 e i 28 anni la partecipazione avrebbe raggiunto il 67%, segnalando un ritorno al voto di una parte importante di giovani che nelle ultime consultazioni si era tenuta ai margini. È un dato che smentisce molti luoghi comuni e mostra come, quando in gioco ci sono la qualità della democrazia e l’assetto dei poteri, ragazze e ragazzi sappiano rispondere con lucidità e responsabilità.

Un altro elemento decisivo è stato il voto delle donne. Secondo il report YouTrend richiamato nell’analisi di Collettiva, il 55% delle elettrici che si sono recate alle urne ha scelto il No. Un risultato che si lega a una convinzione profonda: difendere la Costituzione significa difendere anche l’equilibrio tra i poteri e quindi la tenuta concreta dei diritti, comprese le libertà e i percorsi di emancipazione delle donne. Non è un dato laterale, ma uno dei punti che spiegano meglio la portata politica di questa vittoria.

Il quadro cambia invece tra gli italiani all’estero, dove ha prevalso il Sì con il 56,34%, contro il 43,66% del No, su un’affluenza del 28,53% di oltre 5,4 milioni di aventi diritto. Anche questo conferma che il voto referendario va letto in profondità, tenendo insieme territori, composizione sociale e condizioni materiali differenti. Ma il dato generale che arriva dall’Italia resta inequivocabile: la maggioranza di chi ha partecipato ha respinto la riforma.

Per la FP CGIL Emilia-Romagna, questa vittoria non è un punto di arrivo. È piuttosto un’indicazione di marcia. Il voto ci dice che c’è un Paese che non accetta scorciatoie istituzionali, che chiede ascolto, confronto e giustizia sociale. Dice che la democrazia vive quando le persone tornano a partecipare. Dice che il lavoro, i diritti, il welfare e l’uguaglianza devono tornare al centro dell’agenda pubblica. La vittoria del No, allora, è soprattutto questo: la conferma che esiste un’Italia che vuole difendere la Costituzione e aprire una stagione nuova di partecipazione e cambiamento.

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