La carenza di personale nella sanità modenese non può continuare a essere compensata chiedendo a lavoratrici e lavoratori di rinunciare ai riposi, accumulare straordinari e garantire continuamente rientri aggiuntivi. È una situazione che denunciamo da mesi e che oggi mostra tutte le sue conseguenze.
Nell’Azienda Usl di Modena, infermieri, Oss, tecnici, professionisti sanitari e personale amministrativo si trovano quotidianamente a fare i conti con turni scoperti, rientri nei giorni di riposo e continui spostamenti necessari a garantire la tenuta dei servizi.
Come FP CGIL abbiamo più volte ribadito un principio semplice: straordinari e sacrifici del personale non possono sostituire le assunzioni.
Straordinari e rientri non possono diventare la normalità
Già nei mesi scorsi, insieme alla UIL FPL, avevamo segnalato alla Direzione aziendale i rischi di un utilizzo sistematico dello straordinario per coprire le carenze di organico.
Lo straordinario dovrebbe infatti avere una funzione eccezionale. Quando diventa uno strumento ordinario per garantire l’apertura dei servizi, le conseguenze sono inevitabili: da una parte aumenta il carico di lavoro e si riducono ulteriormente i tempi di recupero del personale, dall’altra vengono consumate risorse economiche che appartengono al fondo contrattuale e che dovrebbero finanziare anche altri istituti.
Per questo abbiamo chiesto ripetutamente all’Azienda Usl di Modena un piano straordinario di assunzioni, capace di affrontare alla radice una carenza di personale ormai strutturale.
Oltre un milione di euro per coprire straordinari e rientri
La situazione era talmente evidente che le Rappresentanze sindacali unitarie aziendali hanno diffidato l’Azienda dal continuare a utilizzare in maniera così consistente le risorse disponibili per sostenere la mancanza di personale.
L’Ausl è stata quindi costretta a individuare ulteriori risorse di bilancio, che si sono comunque rivelate insufficienti per riconoscere economicamente tutti gli sforzi richiesti al personale.
Tra straordinari e cosiddetti “rientri da casa”, cioè turni volontari incentivati effettuati durante i giorni di riposo per coprire turni scoperti, la spesa ha superato ampiamente le disponibilità previste per il 2025-2026, arrivando a oltre un milione di euro.
Il risultato è un paradosso inaccettabile: prima si chiede a una lavoratrice o a un lavoratore di rinunciare al proprio riposo perché manca personale; successivamente, quando le risorse non sono più sufficienti, viene meno il riconoscimento economico previsto per quello stesso sacrificio.
È comprensibile, quindi, la rabbia di chi oggi si vede negare l’incentivo dopo essere rientrato al lavoro magari nell’unico giorno di riposo disponibile per garantire un servizio essenziale.
Il problema resta la carenza strutturale di personale
La questione, però, non riguarda soltanto la sospensione dell’incentivo per il “rientro da casa”.
Il problema principale è che quei turni continuano a esistere e continuano a rimanere scoperti perché il personale non è sufficiente.
Se lavoratrici e lavoratori non fossero più disponibili a rinunciare ai propri riposi, chi garantirebbe quei turni? È questa la domanda alla quale la Direzione aziendale deve dare una risposta strutturale.
Non si può costruire il funzionamento ordinario della sanità pubblica sulla disponibilità continua delle persone a lavorare oltre il proprio orario e a sacrificare i tempi di recupero.
A rischio anche salario accessorio e progressioni economiche
C’è inoltre un secondo problema che non può essere sottovalutato.
Il fondo contrattuale finanzia diverse componenti del salario accessorio delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità: indennità, progetti incentivanti, produttività, progressioni economiche e altri istituti previsti dalla contrattazione.
Quelle risorse non sono infinite.
Continuare a utilizzarne una quota così consistente per finanziare i rientri necessari a compensare una carenza strutturale di personale significa ridurre le possibilità di impiegarle per valorizzare professionalità e lavoro.
Il rischio concreto è che, continuando su questa strada, nei prossimi mesi non si debba più discutere soltanto del mancato pagamento dell’incentivo per i rientri, ma anche della possibilità di finanziare progressioni economiche e produttività, dopo che già nel 2025 le progressioni non sono state effettuate.
Le risorse delle lavoratrici e dei lavoratori devono poter tornare nelle loro tasche attraverso gli strumenti della contrattazione, senza costringerli a vivere costantemente negli ospedali, nei servizi e negli uffici per compensare gli organici insufficienti.
Servono assunzioni e un vero confronto sindacale
La soluzione non può essere chiedere ancora più disponibilità a chi da anni sostiene il funzionamento della sanità pubblica in condizioni sempre più difficili.
Servono assunzioni, programmazione degli organici e investimenti sul personale.
Resta inoltre aperto un problema importante sul piano delle relazioni sindacali. Non è accettabile che organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori vengano a conoscenza attraverso gli organi di stampa di disposizioni o complessi progetti di integrazione aziendale interprovinciale senza aver ricevuto preventivamente un’informativa.
Informazione, trasparenza e confronto preventivo devono tornare a essere parte del metodo con cui si governa un’Azienda sanitaria pubblica.
