La nuova stretta sulle pensioni dei dipendenti pubblici rischia di colpire in modo pesantissimo lavoratrici e lavoratori della pubblica amministrazione. Secondo uno studio dell’Osservatorio previdenza della CGIL, gli effetti della revisione delle aliquote di rendimento introdotta dalla Legge di Bilancio 2024 potrebbero determinare riduzioni dell’assegno pensionistico fino a oltre 6.100 euro l’anno nei casi più penalizzati, con una platea coinvolta stimata in circa 700mila dipendenti pubblici.

Una misura che la FP CGIL Emilia-Romagna considera profondamente ingiusta, perché interviene retroattivamente sulle aspettative previdenziali di chi lavora da decenni nei servizi pubblici, negli enti locali e nella sanità.

Chi viene colpito dai tagli alle pensioni pubbliche

Le modifiche riguardano i dipendenti pubblici iscritti a quattro casse previdenziali:

  • Cassa pensioni dipendenti enti locali (CPDEL)
  • Cassa pensioni sanitari (CPS)
  • Cassa pensioni insegnanti (CPI)
  • Cassa pensioni ufficiali giudiziari (CPUG)

La revisione delle aliquote interessa le pensioni liquidate dal 1° gennaio 2024 e colpisce soprattutto le cosiddette “carriere miste”, cioè quelle lavoratrici e quei lavoratori che hanno maturato contributi sia con il sistema retributivo sia con quello contributivo.

Secondo le stime tecniche, l’impatto economico complessivo dei tagli arriverà a quasi 33 miliardi di euro entro il 2043.

Quanto si perde con le nuove regole

Lo studio CGIL evidenzia effetti molto pesanti sull’importo della pensione.

Per una retribuzione annua di 30mila euro, il taglio annuo può andare da circa 927 euro fino a oltre 6.100 euro nei casi più penalizzati.

Con stipendi da 50mila euro annui, la perdita stimata sale da circa 1.545 euro fino a oltre 10mila euro all’anno.

Ancora più grave la situazione per chi ha retribuzioni intorno ai 70mila euro: in questi casi la riduzione può superare i 14mila euro annui, con perdite cumulative lungo l’intera vita pensionistica che possono arrivare oltre i 270mila euro.

Pensione sempre più lontana

Oltre ai tagli economici, si allungano anche i tempi di uscita dal lavoro.

La finestra mobile per la pensione anticipata passerà progressivamente dagli attuali 3 mesi fino a 9 mesi nel 2028. A questo si aggiunge l’aumento dei requisiti pensionistici previsto dalla Legge di Bilancio 2026, che comporterà ulteriori slittamenti.

La conseguenza è che molte lavoratrici e molti lavoratori pubblici saranno costretti a rimanere in servizio per periodi sempre più lunghi pur di evitare penalizzazioni sull’assegno pensionistico.

Secondo le simulazioni della CGIL, chi ha iniziato a lavorare tra i 19 e i 21 anni rischia di arrivare a quasi 49 anni complessivi di attività lavorativa prima di poter accedere alla pensione di vecchiaia senza subire tagli.

Sanità pubblica tra i settori più penalizzati

Particolarmente critica appare la situazione del personale sanitario. Infermieri, tecnici, operatori e professionisti della sanità pubblica rischiano infatti di dover lavorare oltre 46 anni e mezzo in contesti già caratterizzati da turni pesanti, stress elevato e forte pressione organizzativa.

Per la FP CGIL Emilia-Romagna è inaccettabile continuare a colpire chi garantisce quotidianamente il funzionamento dei servizi pubblici essenziali.

La posizione della FP CGIL Emilia-Romagna

La FP CGIL Emilia-Romagna chiede il ritiro delle norme che introducono penalizzazioni previdenziali per i dipendenti pubblici e rivendica un sistema pensionistico equo, sostenibile e rispettoso dei diritti maturati.

Non si può continuare a fare cassa sulle pensioni di lavoratrici e lavoratori che hanno costruito per decenni il welfare pubblico del Paese.

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