Rinnovo CCNL Sanità 2025/27: passi avanti sugli incarichi, ma restano nodi da sciogliere
Il confronto per il rinnovo del CCNL del comparto Sanità pubblica 2025/27 registra alcuni avanzamenti importanti, in particolare sul tema degli incarichi. Nel nuovo incontro del 26 maggio, dedicato alla prosecuzione della trattativa, sono state superate molte delle criticità che la FP CGIL aveva evidenziato con forza nel precedente appuntamento del 12 maggio.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna si tratta di un passaggio significativo, perché conferma l’importanza della contrattazione e della mobilitazione sindacale nel difendere il valore professionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Servizio sanitario nazionale. Il contratto non può limitarsi a introdurre soluzioni parziali o meri riconoscimenti economici: deve intervenire sulla qualità del lavoro, sulla valorizzazione delle competenze e sul riconoscimento delle responsabilità che ogni giorno vengono assunte nei servizi sanitari pubblici.
Uno dei risultati più rilevanti riguarda il ripristino del sistema degli incarichi anche per le aree degli operatori e degli assistenti. È un punto fondamentale. Sostituire gli incarichi con una semplice indennità avrebbe significato snaturare l’istituto, riducendolo a una voce economica priva di reale valore ordinamentale.
Gli incarichi, invece, devono continuare a rappresentare uno strumento capace di riconoscere esperienza, competenze, responsabilità e ruolo effettivamente svolto all’interno dell’organizzazione sanitaria. Questo vale per tutte le professionalità che garantiscono quotidianamente il funzionamento del sistema, spesso in condizioni di forte pressione, carichi crescenti e organici insufficienti.
Nel corso dell’incontro è stata inoltre recepita positivamente la richiesta di prevedere il requisito dei tre anni di anzianità per l’accesso agli incarichi di funzione organizzativa. È stata accolta anche la proposta di ridurre da dieci a cinque anni il requisito di esperienza professionale per gli incarichi dell’area degli assistenti e degli operatori.
Si tratta di modifiche importanti perché rafforzano il legame tra incarico, esperienza maturata e responsabilità concretamente esercitata. In questo modo si riduce il rischio di utilizzi discrezionali o impropri dell’istituto e si costruisce un sistema più coerente con la realtà del lavoro nei reparti, nei servizi territoriali, nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie.
Un altro elemento positivo riguarda l’innalzamento al 50% del valore dell’indennità di funzione in caso di assenza temporanea del titolare dell’incarico. È stata inoltre prevista la possibilità di mettere preventivamente a selezione un incarico vacante tra i titolari di incarico.
Anche il tema dell’eventuale remunerazione del lavoro straordinario per il personale titolare di incarico superiore a 5.000 euro è stato ricondotto alla contrattazione. Per la FP CGIL questo è un punto essenziale: il lavoro aggiuntivo, le responsabilità organizzative e il peso concreto delle funzioni svolte devono essere riconosciuti, non dati per scontati.
Resta invece aperta la discussione sulla graduazione degli incarichi di base. Su questo punto la FP CGIL ha chiesto e ottenuto che il confronto prosegua. È una questione che non può essere affrontata in modo isolato, ma deve essere collegata alla discussione più generale sulle indennità e sul riconoscimento economico e professionale delle diverse responsabilità.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna è necessario costruire un sistema più equo, capace di distinguere realmente tra contesti organizzativi, livelli di responsabilità, carichi di lavoro, intensità assistenziale e condizioni operative. Gli incarichi di base devono poter essere valorizzati e graduati tenendo conto della complessità del lavoro svolto da professionisti, operatori e assistenti del Servizio sanitario nazionale.
Il confronto del 26 maggio consente quindi di registrare passi avanti concreti rispetto alle questioni sollevate nel precedente incontro. Tuttavia, restano ancora nodi importanti da sciogliere. Il rinnovo del contratto deve affrontare in modo complessivo il tema del riconoscimento economico e professionale di chi lavora nella sanità pubblica.
Le lavoratrici e i lavoratori della sanità attendono da troppo tempo un contratto capace di dare risposte vere. Per questo, l’obiettivo resta chiaro: fare bene e fare presto. Bene, perché il nuovo CCNL deve rafforzare diritti, tutele e valorizzazione professionale. Presto, perché il personale del Servizio sanitario nazionale non può continuare ad aspettare un riconoscimento adeguato al valore del lavoro che svolge ogni giorno.
Sono già stati calendarizzati nuovi incontri per il 17 giugno, 25 giugno e 8 luglio, oltre ad ulteriori appuntamenti di approfondimento tecnico. La FP CGIL continuerà a seguire passo dopo passo l’evoluzione della trattativa, aggiornando lavoratrici e lavoratori sugli sviluppi del rinnovo contrattuale.
Il rispetto delle professioni sanitarie passa anche per le parole
La FP CGIL Emilia-Romagna ritiene necessario intervenire con chiarezza in merito alle dichiarazioni del dottor Giampaolo Lavagetto, che, riferendosi al proprio ruolo di referente politico di un osservatorio per il diritto alla salute, ha affermato: “Non faccio l’infermiere”.
Una frase che non può essere liquidata come una semplice espressione colloquiale. Le parole, soprattutto quando pronunciate da chi ricopre ruoli di responsabilità pubblica o politica, contribuiscono a costruire il modo in cui vengono percepite le professioni, il lavoro e il valore sociale delle persone che ogni giorno garantiscono servizi essenziali alla cittadinanza.
Nel caso specifico, quella dichiarazione restituisce una rappresentazione riduttiva e distante dalla realtà del Sistema Sanitario. Il lavoro infermieristico non può essere evocato come elemento di distanza o, peggio, come termine di paragone svalutante. Gli infermieri e le infermiere non sono figure marginali, né semplici esecutori di mansioni. Sono professionisti centrali nei percorsi di cura, con competenze, responsabilità e funzioni strategiche all’interno dell’intero sistema salute.
Il ruolo centrale degli infermieri nel sistema sanitario
Il personale infermieristico svolge ogni giorno un ruolo decisivo nella gestione dei processi assistenziali, nella sicurezza delle cure, nella presa in carico delle persone, nella pianificazione dei bisogni di salute della comunità e nella continuità assistenziale tra ospedale e territorio.
Gli infermieri operano dentro équipe multidisciplinari, coordinano percorsi complessi, garantiscono prossimità, ascolto, competenza professionale e capacità organizzativa. La loro presenza è fondamentale nei reparti ospedalieri, nei servizi territoriali, nelle strutture sociosanitarie, nell’assistenza domiciliare, nei percorsi di prevenzione e in tutti gli ambiti in cui il diritto alla salute deve tradursi in risposte concrete.
Per questo la FP CGIL considera grave che una figura impegnata in un osservatorio dedicato al diritto alla salute non mostri piena consapevolezza del valore delle professioni sanitarie. Chi si occupa di salute pubblica, a maggior ragione in un ruolo politico o istituzionale, dovrebbe conoscere e riconoscere il contributo essenziale di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori che rendono possibile il funzionamento del sistema sanitario.
FP CGIL: “Serve rispetto per chi garantisce ogni giorno il diritto alla salute”
“In una fase segnata dalla crisi dei servizi pubblici, dai tagli e dalla crescente precarizzazione del lavoro sanitario – commenta Alfredo Vettone, funzionario della FP CGIL con delega alla Sanità – risulta ancora più grave che una figura istituzionale contribuisca a legittimare una narrazione che mortifica il lavoro di chi, ogni giorno, garantisce accesso alle cure, equità sanitaria e presa in carico delle persone”.
La FP CGIL sarà al fianco di ogni iniziativa volta a far emergere pubblicamente questa contraddizione, difendendo il ruolo strategico degli infermieri e di tutto il personale del sistema sanitario. Chiediamo che anche nel linguaggio dei rappresentanti politici venga riconosciuto il reale valore di tutti i professionisti della salute, infermieri compresi, che assicurano quotidianamente la continuità delle cure.
Il rispetto del lavoro pubblico e delle professioni sanitarie non passa soltanto dai contratti, dagli organici, dalle retribuzioni e dagli investimenti. Passa anche dal linguaggio. Perché le parole possono riconoscere valore oppure cancellarlo. Possono sostenere la dignità professionale oppure contribuire a indebolirla.
Parma, un territorio che investe sulla valorizzazione professionale
Le dichiarazioni risultano ancora più fuori luogo perché arrivano in un momento in cui, nelle due Aziende Sanitarie di Parma, è stato presentato un importante progetto di sviluppo e valorizzazione professionale promosso da un Dipartimento delle Professioni Sanitarie capace di guardare con lungimiranza al futuro del sistema sanitario e alla crescita delle competenze.
“Dispiace inoltre che tali dichiarazioni arrivino proprio in un momento in cui, nelle due Aziende Sanitarie di Parma, è stato presentato un importante progetto di sviluppo e valorizzazione professionale – prosegue Vettone – promosso da un Dipartimento delle Professioni Sanitarie capace di guardare con lungimiranza al futuro del sistema sanitario e alla crescita delle competenze professionali”.
Per la FP CGIL, il dottor Lavagetto dovrebbe quantomeno porgere le proprie scuse ai professionisti sanitari, in particolare a quelli che operano sul territorio parmense, realtà che egli stesso conosce e di cui fa parte. Si tratta di lavoratrici e lavoratori che ogni giorno contribuiscono concretamente al bene comune e alla tutela di un diritto essenziale come quello alla salute.
Riconoscere il loro ruolo significa riconoscere la qualità del Servizio Sanitario, la dignità del lavoro pubblico e la centralità di chi, spesso in condizioni difficili, continua a garantire cura, assistenza e prossimità alle persone.
CCNL Sanità pubblica 2025-2027: la trattativa prosegue, gli incarichi devono restare uno strumento di valorizzazione professionale
Il rinnovo del CCNL del comparto Sanità pubblica 2025-2027 entra in una fase decisiva. Il 12 maggio 2026 si è svolto il terzo incontro della trattativa nazionale, dedicato in modo prevalente al tema degli incarichi professionali e organizzativi del personale del Servizio sanitario nazionale.
Come FP CGIL Emilia-Romagna, seguiamo con grande attenzione l’evoluzione del confronto, perché il contratto nazionale deve dare risposte concrete alle lavoratrici e ai lavoratori della sanità pubblica, riconoscendo competenze, responsabilità, esperienza professionale e carichi di lavoro reali.
Durante l’incontro, ARAN ha presentato una proposta di testo elaborata dopo una precedente riunione tecnica. La delegazione sindacale della FP CGIL ha espresso rilievi critici puntuali e ha avanzato richieste di modifica sostanziale.
Gli incarichi non sono una voce retributiva: sono valorizzazione professionale
La proposta di sostituire gli incarichi, per le aree degli assistenti e degli operatori, con un’indennità economica desta forte preoccupazione. Una scelta di questo tipo cambierebbe radicalmente la natura dell’istituto, svuotandolo della sua funzione ordinamentale e professionale.
Gli incarichi devono restare uno strumento vero di riconoscimento delle competenze, delle responsabilità e dei percorsi professionali maturati dalle lavoratrici e dai lavoratori. Ridurli a una componente retributiva significherebbe sganciarli dalla valorizzazione del lavoro svolto ogni giorno nei servizi sanitari, sociosanitari, tecnici e amministrativi.
Per la FP CGIL, il sistema degli incarichi deve essere rifinanziato, potenziato e reso accessibile a tutte le aree, a tutti i ruoli e a tutte le professioni del Servizio sanitario nazionale, nel rispetto delle specifiche competenze, esperienze e responsabilità.
No allo spoil system negli incarichi organizzativi
Un altro punto critico riguarda la proposta di eliminare il requisito dell’esperienza professionale come presupposto per l’accesso agli incarichi organizzativi.
Su questo tema la posizione della FP CGIL è chiara: l’esperienza deve continuare a essere un elemento centrale. Prima del contratto 2019-2021 si sono già misurati i rischi di politiche aziendali arbitrarie e di possibili forme di spoil system sugli incarichi. Per questo è necessario mantenere criteri trasparenti, oggettivi e fondati sulla professionalità.
Gli incarichi non devono diventare strumenti discrezionali nelle mani delle aziende, ma percorsi regolati, verificabili e coerenti con la crescita professionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Alcuni elementi positivi, ma servono correttivi
Nel confronto sono emersi anche alcuni elementi che meritano attenzione. È positivo il tentativo di ARAN di semplificare il testo contrattuale, eliminando parti ripetitive e rendendo più chiara la disciplina.
Sono inoltre da approfondire le previsioni relative agli interim, che la FP CGIL ha chiesto di equiparare a quanto previsto per la dirigenza, e quelle riguardanti lo straordinario del personale titolare di incarico di valore superiore ai 5.000 euro.
Su quest’ultimo punto, la richiesta sindacale è che sia prevista la possibilità di recuperare lo straordinario non solo economicamente, ma anche a ore e/o a giornate, in modo da riconoscere concretamente il tempo di lavoro prestato e tutelare il diritto al recupero.
Le priorità della FP CGIL sugli incarichi
Per la FP CGIL le priorità restano nette. Occorre innalzare il valore economico degli incarichi di base e prevedere una loro articolazione più adeguata ai diversi contesti assistenziali e organizzativi.
Non tutti i servizi hanno gli stessi livelli di complessità, gli stessi carichi di lavoro e la stessa intensità assistenziale. Per questo gli incarichi devono tenere conto delle condizioni reali in cui operano lavoratrici e lavoratori: reparti, servizi territoriali, pronto soccorso, strutture sociosanitarie, ambiti tecnici, amministrativi e professionali.
Il nuovo contratto deve riconoscere il lavoro per quello che è davvero: non una somma astratta di mansioni, ma un insieme di competenze, responsabilità, fatica organizzativa e capacità professionali che tengono in piedi ogni giorno il Servizio sanitario nazionale.
Fare bene e fare presto per dare risposte alla sanità pubblica
La FP CGIL conferma l’obiettivo di fare bene e fare presto. Le lavoratrici e i lavoratori della sanità pubblica attendono risposte concrete e tempestive. Il rinnovo del CCNL 2025-2027 deve rappresentare un avanzamento reale su salario, diritti, riconoscimento professionale e qualità del lavoro.
Allo stesso tempo, prosegue la rivendicazione per risolvere anche i problemi che non possono essere affrontati solo attraverso il contratto. Tra questi, resta centrale l’eliminazione dei tetti di spesa sul personale e sul salario accessorio, vincoli che continuano a limitare assunzioni, valorizzazione professionale e capacità del sistema sanitario pubblico di rispondere ai bisogni delle persone.
Il confronto proseguirà nelle prossime settimane con ulteriori approfondimenti tecnici. Un nuovo incontro è già stato calendarizzato per il 26 maggio 2026.
Sanità territoriale a Reggio Emilia: personale sotto pressione, servono assunzioni e tutele per il diritto al riposo
Il sistema sanitario territoriale dell’Ausl di Reggio Emilia rischia di affrontare un’estate particolarmente difficile. Alla pressione già ordinaria sui servizi si aggiunge infatti una carenza di personale che, a partire dal primo giugno, potrebbe trasformarsi in una vera emergenza organizzativa, con conseguenze dirette sulle lavoratrici, sui lavoratori e sulla qualità dell’assistenza garantita ai cittadini.
Come FP CGIL Emilia-Romagna sosteniamo con forza l’allarme lanciato dalla FP CGIL di Reggio Emilia: infermieri, OSS, professionisti della riabilitazione e personale sanitario non possono continuare a essere considerati la soluzione permanente a un problema strutturale di organici. La sanità pubblica si regge ogni giorno sull’impegno di chi lavora nei servizi, ma questo impegno non può essere spinto oltre ogni limite.
Secondo quanto emerso dagli ultimi dati aziendali, nonostante i bandi e le procedure di somministrazione attivate, il numero di nuove unità disponibili non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno previsto. Il termine ultimo per gli ingressi era stato fissato al 15 maggio, ma il risultato non appare adeguato rispetto alle necessità dei servizi. Di fronte a questo scenario, l’Azienda avrebbe già annunciato ulteriori misure per garantire la continuità assistenziale, tra cui la revisione degli assetti organizzativi, la rimodulazione dei turni e l’utilizzo di strumenti di compensazione e integrazione della turnistica ordinaria.
Tradotto concretamente, il rischio è che la carenza di personale venga affrontata chiedendo ancora una volta turni aggiuntivi, maggiore flessibilità e carichi di lavoro più pesanti a chi è già in servizio. Una prospettiva che riteniamo profondamente sbagliata.
“La gestione di questa carenza non può e non deve ricadere esclusivamente sulle spalle dei lavoratori”, ha dichiarato Gaetano Merlino della FP CGIL. “Se da un lato l’Azienda dichiara di voler garantire le tre settimane di ferie estive, dall’altro le misure prospettate sembrano scaricare il problema del reclutamento sul personale interno. Le ferie non sono un premio o una concessione, ma un diritto contrattuale e costituzionale del lavoratore. Il personale che per tutto l’anno copre le assenze a vario titolo non può essere considerato il tampone infinito di un sistema che non riesce ad attrarre nuovi professionisti. Non si può chiedere l’ennesimo sacrificio a chi è già allo stremo”.
Il punto è politico e organizzativo insieme: il diritto al riposo non è un elemento accessorio, ma una condizione fondamentale per garantire sicurezza, qualità del lavoro e qualità della cura. Esiste infatti un legame diretto tra il benessere di chi cura e la salute di chi viene curato. Un sistema sanitario che costringe il personale a lavorare in condizioni di affaticamento costante rischia di indebolire la stessa continuità assistenziale che dichiara di voler difendere.
Per questo, come FP CGIL Emilia-Romagna, ribadiamo che la salute dei cittadini non si garantisce spremendo chi resta. La risposta alla carenza di organico non può essere la compressione dei diritti contrattuali, né la normalizzazione dei turni massacranti. La risposta deve essere un investimento serio e continuativo sul personale, sulla capacità di reclutamento, sulla qualità del lavoro e sull’attrattività del servizio sanitario pubblico.
Il piano aziendale, che prevede la possibilità di modificare la sequenza dei turni e di inserire coperture sistematiche per limitare l’impatto della carenza, non può tradursi in un arretramento delle condizioni di lavoro. Anche laddove si faccia appello alla disponibilità volontaria e al senso di responsabilità del personale, occorre evitare che la pressione organizzativa diventi insostenibile e che le équipe siano costrette a reggere da sole le conseguenze delle mancate assunzioni.
Chiediamo quindi che l’impegno dell’Azienda nella ricerca di nuovo personale sia realmente continuo, concreto e verificabile. Le revisioni organizzative non devono diventare un modo per depotenziare i servizi o per ridurre, nei fatti, i diritti di lavoratrici e lavoratori.
La sanità territoriale ha bisogno di personale stabile, sufficiente e valorizzato. La sfida della continuità assistenziale non può essere vinta giocando al risparmio sulla pelle di chi, ogni giorno, garantisce la salute pubblica.
Sanità AUSL Romagna: blocco del turnover e Piano Estate mettono a rischio servizi e posti letto
Il blocco del turnover previsto dall’AUSL Romagna e le misure contenute nel cosiddetto “Piano Estate” rischiano di produrre conseguenze pesanti sulla tenuta dei servizi sanitari, sui posti letto disponibili e sulle condizioni di lavoro del personale.
Come FP CGIL Emilia-Romagna chiediamo all’Azienda il ritiro immediato del blocco del turnover e l’apertura di un confronto serio sulle politiche assunzionali, perché la carenza di personale non può essere affrontata con tagli, riduzioni temporanee dei servizi e contratti precari.
Blocco del turnover: una scelta inaccettabile per la sanità romagnola
L’emergenza personale in AUSL Romagna è ormai evidente. Da un lato il Piano triennale del fabbisogno di personale prevede un blocco del turnover fissato al 75% per il personale sanitario e al 50% per il personale amministrativo e tecnico. Dall’altro lato, il Piano delle azioni finalizzate a garantire i livelli assistenziali nel periodo estivo prevede riduzioni significative di servizi e posti letto da luglio a settembre.
La conseguenza è chiara: ogni 10 infermieri che lasceranno l’Azienda ne verranno assunti solo 7, mentre ogni 10 amministrativi ne verranno sostituiti soltanto 5. Una scelta che, a nostro giudizio, programma una riduzione del personale sanitario, sociosanitario, tecnico e amministrativo proprio mentre ospedali, reparti e servizi sono già in forte sofferenza.
Piano Estate AUSL Romagna: riduzioni di attività e posti letto da luglio a settembre
Il Piano Estate prevede il necessario potenziamento dei servizi sanitari nelle località turistiche, in particolare Pronto Soccorso, 118, CAU e Radiologia. Tuttavia, questo potenziamento viene accompagnato da una riduzione delle attività chirurgiche e da un taglio drastico dei posti letto in diversi territori della Romagna.
Sono previste riduzioni dell’attività chirurgica pari al 20% a Forlì, al 28% a Cesena nel mese di agosto, al 23% a Lugo, al 20% a Faenza, tra il 18% e il 30% a Ravenna, al 10% a Rimini e al 12,5% a Riccione.
Si tratta di numeri che confermano una criticità strutturale: per garantire la continuità assistenziale durante l’estate, il diritto alle ferie del personale e la gestione sanitaria dei flussi turistici, l’Azienda sceglie di ridurre servizi e posti letto.
I tagli previsti negli ospedali della Romagna
Il Piano Estate coinvolge numerosi presidi ospedalieri del territorio romagnolo.
A Forlì si prevede la riduzione di posti letto in Rianimazione, Degenza Otorinolaringoiatria e Chirurgia Generale. A Cesena sono previsti tagli alle attività di Terapia Intensiva, Degenza breve chirurgica e Centro Grandi Ustionati, con riduzioni anche a Cesenatico per i posti letto di Lungodegenza.
Riduzioni sono previste anche a Lugo, con il taglio di posti letto di Lungodegenza e Day Surgery, e a Faenza, dove vengono ridotti i posti letto della piattaforma chirurgica e della rianimazione.
A Ravenna la Lungodegenza chiuderà dal 15 giugno al 15 settembre, con il trasferimento di 14 posti letto su 16 all’interno dell’area chirurgica. Anche il territorio riminese è interessato: a Rimini si riduce l’Anestesia Rianimazione e si accorpano Pediatria e Chirurgia Pediatrica; a Riccione chiuderà di notte la Degenza Oculistica e si ridurrà la Rianimazione; a Cattolica chiuderà Oculistica IVT e la Degenza chirurgica polispecialistica sarà ridotta a week surgery.
Assunzioni precarie e ritardi non risolvono la carenza di personale
Nel Piano Estate è prevista l’attivazione di contratti a tempo determinato per 137 infermieri, 14 ostetriche, 3 autisti, 7 tecnici di laboratorio, 7 fisioterapisti e 5 tecnici di radiologia.
Questa scelta non risolve il problema. Al contrario, conferma tre criticità evidenti.
La prima è che una carenza strutturale di personale viene affrontata ancora una volta rincorrendo l’emergenza con contratti precari. La seconda è che le assunzioni a tempo determinato vengono programmate in ritardo rispetto alle esigenze del periodo estivo. La terza è che vengono ignorati profili professionali fondamentali per la tenuta del sistema, come le Operatrici e gli Operatori Socio Sanitari.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna, la sanità pubblica non può reggersi su straordinari, prestazioni aggiuntive, spostamenti continui di personale e soluzioni tampone. Servono assunzioni stabili, valorizzazione professionale e condizioni di lavoro dignitose.
FP CGIL Emilia-Romagna: ritirare subito il blocco del turnover
Martedì 19 maggio è previsto il tavolo sindacale nel quale l’Azienda dovrà illustrare il Piano Estate e fornire risposte sul blocco del turnover previsto dal Piano triennale di fabbisogno del personale.
Come FP CGIL Emilia-Romagna, attraverso le RSU, porteremo al tavolo una posizione chiara: l’Azienda deve ritirare il blocco del turnover.
Le lavoratrici e i lavoratori della sanità continuano a garantire con grande professionalità la tenuta dei servizi, ma non si può pensare che il sistema regga all’infinito scaricando le difficoltà organizzative sul personale. Il problema della carenza di organici è strutturale e richiede risposte strutturali.
Se l’Azienda confermerà questa direzione, valuteremo tutte le iniziative necessarie a tutela del personale, dei servizi e del diritto alla salute delle cittadine e dei cittadini.
Previdenza pubblica, CGIL e FP CGIL: basta penalizzare il lavoro pubblico
La previdenza pubblica è sotto attacco. Le nuove norme su aliquote di rendimento, finestre mobili e adeguamento automatico alla speranza di vita rischiano di produrre effetti pesantissimi su centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori pubblici.
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo necessario denunciare con forza una situazione ormai insostenibile: chi ha lavorato per decenni nella pubblica amministrazione, nella sanità, negli enti locali, nei ministeri, nelle funzioni centrali e nei servizi pubblici rischia oggi di dover lavorare più a lungo e, allo stesso tempo, di ricevere una pensione più bassa.
Secondo l’analisi dell’Osservatorio Previdenza CGIL, presentata nell’ambito dell’iniziativa della FP CGIL “Pensioni pubbliche sotto attacco. Basta penalizzare il lavoro pubblico”, la platea coinvolta riguarda circa 700 mila lavoratrici e lavoratori pubblici.
Pensioni pubbliche: tagli fino a 33 miliardi di euro
L’analisi evidenzia che la revisione delle aliquote di rendimento potrebbe determinare un taglio complessivo di quasi 33 miliardi di euro nel periodo 2024-2043.
Si tratta di una scelta profondamente sbagliata e iniqua, perché interviene retroattivamente sui contributi già versati, modifica le aspettative previdenziali costruite nel corso di decenni di lavoro e scarica ancora una volta sui dipendenti pubblici il peso dell’equilibrio finanziario del sistema.
Per molte lavoratrici e molti lavoratori pubblici, questo significa vedere ridotto in modo permanente il proprio assegno pensionistico, dopo una vita di lavoro e contribuzione.
Quanto si rischia di perdere sulla pensione
Le simulazioni riportate dall’Osservatorio Previdenza CGIL mostrano riduzioni molto pesanti dell’importo della pensione.
Per retribuzioni da 30 mila euro annui, il taglio può arrivare a oltre 6 mila euro l’anno. Per retribuzioni da 50 mila euro annui, la perdita può superare i 10 mila euro l’anno. Per retribuzioni da 70 mila euro annui, il taglio può arrivare a oltre 14 mila euro l’anno.
Le perdite complessive lungo l’intero periodo di pensionamento possono partire da 17 mila euro fino ad arrivare a oltre 273 mila euro.
Numeri che confermano la gravità dell’intervento e rendono evidente il rischio concreto di una forte riduzione del valore delle pensioni future.
Finestre mobili: uscita dal lavoro sempre più lontana
Ai tagli sugli assegni pensionistici si aggiunge il progressivo allungamento delle cosiddette finestre mobili, introdotto dalla Legge di Bilancio 2024.
Per i dipendenti pubblici iscritti alle gestioni interessate, la finestra passa dai precedenti 3 mesi fino a 9 mesi nel 2028. Questo significa che, anche dopo aver maturato i requisiti per andare in pensione, lavoratrici e lavoratori saranno costretti ad attendere ancora prima di poter lasciare il lavoro.
È un ulteriore slittamento dell’uscita dal servizio, che colpisce persone che spesso hanno già alle spalle oltre quarant’anni di attività.
Speranza di vita: una doppia penalizzazione
Ancora più grave è la scelta del Governo di non bloccare realmente il meccanismo automatico di adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita.
La Legge di Bilancio 2026 si limita infatti a ridurre temporaneamente l’incremento previsto per il 2027 a un solo mese. Dal 2028, però, tornerà pienamente operativo un aumento di tre mesi, con ulteriori incrementi progressivi già stimati.
Questo meccanismo produce una doppia penalizzazione. Da un lato si rinvia l’accesso alla pensione, aumentando i requisiti contributivi e l’età pensionabile. Dall’altro si riduce l’importo dell’assegno, attraverso coefficienti di trasformazione meno favorevoli.
Il risultato è chiaro: si lavora di più e si prende di meno.
Fino a 49 anni di lavoro prima della pensione
Le simulazioni elaborate dall’Osservatorio Previdenza CGIL mostrano situazioni particolarmente gravi per chi ha iniziato a lavorare molto giovane.
Lavoratrici e lavoratori entrati nel mondo del lavoro tra i 19 e i 21 anni, tra finestre mobili, adeguamento alla speranza di vita e necessità di evitare tagli sulla pensione, rischiano di arrivare a oltre 48 o addirittura 49 anni complessivi di lavoro prima dell’accesso alla pensione di vecchiaia.
È una prospettiva inaccettabile. Non si può chiedere a chi ha già dedicato una vita intera al lavoro pubblico di restare in servizio sempre più a lungo, subendo nello stesso tempo una riduzione dell’importo pensionistico.
Sanità pubblica: una situazione ancora più pesante
Particolarmente critica è la condizione del personale della sanità pubblica.
Anche i meccanismi di salvaguardia previsti dalla normativa rischiano comunque di comportare permanenze lavorative superiori ai 46 anni e mezzo di attività. Tutto questo in un settore già caratterizzato da turnazioni, carichi fisici e psicologici elevati, stress lavorativo e organici insufficienti.
Per chi lavora ogni giorno negli ospedali, nei servizi territoriali, nell’assistenza e nella cura delle persone, l’allungamento della vita lavorativa non è un dato astratto. È un problema concreto che incide sulla salute, sulla qualità del lavoro e sulla tenuta del servizio pubblico.
Le proposte della FP CGIL
Come FP CGIL Emilia-Romagna chiediamo di correggere subito una situazione ormai insostenibile.
È necessario rivedere il meccanismo automatico di adeguamento delle pensioni alla speranza di vita, perché non è accettabile un sistema che porta le persone ad andare in pensione sempre più tardi e con un importo ridotto.
Chiediamo inoltre l’istituzione di una vera pensione di garanzia, capace di assicurare una vita dignitosa anche a chi ha avuto carriere discontinue, periodi di precarietà e retribuzioni basse.
Serve poi riconoscere in modo adeguato i lavori gravosi e usuranti, prevedendo reali possibilità di pensionamento anticipato per chi svolge attività particolarmente pesanti.
Un altro punto fondamentale riguarda la previdenza integrativa: il contributo dell’amministrazione al fondo di previdenza complementare deve essere calcolato sull’intera retribuzione e non soltanto su una parte, come avviene oggi.
TFS e TFR: basta attese infinite
È necessario garantire il pagamento del TFS e del TFR in tempi certi e brevi. Non è accettabile che lavoratrici e lavoratori debbano aspettare anni per ricevere soldi che sono loro.
Se i tempi previsti dalla legge sono di 6 mesi, oggi i tempi effettivi possono superare i 24 mesi. Per questo chiediamo anche il potenziamento delle strutture INPS che si occupano della liquidazione del TFR, per contrastare ritardi ormai non più tollerabili.
Assunzioni, contratti e futuro della pubblica amministrazione
La questione previdenziale si lega direttamente al futuro della pubblica amministrazione.
Nei prossimi 15 anni sono previsti circa 700 mila pensionamenti nel pubblico impiego. Senza un piano straordinario di assunzioni, il rischio è quello di indebolire ulteriormente servizi essenziali per cittadine e cittadini.
Per questo rivendichiamo un piano straordinario di nuove assunzioni nella pubblica amministrazione e il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro del pubblico impiego.
Difendere le pensioni pubbliche significa anche difendere il valore del lavoro pubblico, la qualità dei servizi e il diritto delle persone a una vecchiaia dignitosa.
Basta norme ingiuste contro il lavoro pubblico
Per la CGIL e la FP CGIL è necessario aprire immediatamente un confronto per superare norme ingiuste che penalizzano il lavoro pubblico, aumentano l’età reale di uscita dal lavoro e riducono progressivamente il valore delle pensioni future.
Chi ha lavorato e versato contributi per oltre quarant’anni non può essere trattato come un costo da comprimere.
La previdenza pubblica va difesa. Le lavoratrici e i lavoratori pubblici vanno rispettati. Il sistema pensionistico deve garantire equità, dignità e giustizia sociale.
PIATTAFORMA PENSIONI
ANALISI OSSERVATORIO
TFR/TFS dei dipendenti pubblici: tre mesi di anticipo non bastano, si perde lo sconto fiscale
La riduzione dei tempi di pagamento della prima rata del TFR/TFS per alcune lavoratrici e lavoratori pubblici non rappresenta un vero miglioramento. Il Governo interviene sui tempi di erogazione, ma allo stesso tempo fa venir meno un diritto economico importante: lo sconto fiscale di 750 euro previsto proprio per compensare i lunghi ritardi nel pagamento della liquidazione.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna il punto è chiaro: non si può presentare come una conquista una misura che anticipa di soli tre mesi una parte del TFR/TFS e, contemporaneamente, sottrae risorse alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici.
Cosa cambia per la prima rata del TFR/TFS
La prima rata del TFR/TFS, quella fino a 50mila euro, per legge veniva erogata dopo 12 mesi. Con il nuovo intervento, per chi va in pensione di vecchiaia, il pagamento arriverebbe dopo 9 mesi.
A prima vista potrebbe sembrare un passo avanti. In realtà, quei tre mesi di anticipo comportano la perdita dello sconto fiscale di 750 euro, introdotto nel 2019 per risarcire parzialmente il ritardo con cui il TFR/TFS veniva pagato ai dipendenti pubblici.
Il risultato è paradossale: si accorciano leggermente i tempi, ma si riduce il beneficio economico per chi ha già lavorato una vita e attende somme che gli spettano di diritto.
Perché non è un vero miglioramento
Il problema del TFR/TFS nel pubblico impiego resta enorme. A differenza delle lavoratrici e dei lavoratori del settore privato, chi lavora nel pubblico può essere costretto ad attendere anni per ricevere la propria liquidazione.
I tempi possono andare da un minimo di circa 2 anni fino a 7 anni, a seconda delle condizioni di uscita dal lavoro e delle modalità di pagamento. È una disparità inaccettabile, che penalizza chi ha prestato servizio nella sanità, negli enti locali, nei ministeri, nelle funzioni centrali, nella scuola, nella ricerca, nella sicurezza, nel soccorso pubblico e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.
Il TFR/TFS non è un favore concesso dallo Stato. È salario differito, denaro maturato durante la vita lavorativa. Ritardarne il pagamento significa trattenere per anni risorse che appartengono alle lavoratrici e ai lavoratori.
Tre mesi in meno, 750 euro in meno
La FP CGIL Emilia-Romagna denuncia con forza questa operazione: non basta ridurre di pochi mesi l’attesa se poi si elimina una compensazione economica prevista per il danno subito.
Lo sconto fiscale di 750 euro era stato introdotto proprio perché i tempi di pagamento del TFR/TFS nel pubblico impiego sono troppo lunghi. Toglierlo in cambio di un anticipo limitato significa scaricare ancora una volta il costo sulle lavoratrici e sui lavoratori pubblici.
Non si può parlare di semplificazione o di beneficio quando il risultato concreto è ricevere poco prima una parte della liquidazione, ma perdere una tutela economica.
Il TFR/TFS va pagato in tempi giusti
Per la FP CGIL Emilia-Romagna serve un intervento vero: il TFR/TFS deve essere liquidato in tempi certi, rapidi e uguali per tutte e tutti. La disparità tra pubblico e privato deve essere superata, perché non esiste alcuna ragione accettabile per cui un dipendente pubblico debba attendere anni per ricevere ciò che ha già maturato.
La liquidazione è un diritto. Non può essere trasformata in un prestito forzoso allo Stato né in una partita contabile da usare per fare cassa sulle spalle di chi lavora.
Chiediamo quindi il pieno riconoscimento del diritto delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici a ricevere il proprio TFR/TFS senza ritardi ingiustificati e senza perdere benefici fiscali già previsti.
Crisi del lavoro nei servizi educativi e socio-sanitari: serve un cambio di rotta
La FP CGIL è da anni impegnata sul fronte del mercato del lavoro nei servizi educativi e di cura, cercando di sensibilizzare committenti e gestori dei servizi sulle criticità presenti da tempo in questi ambiti. Lo strumento degli appalti è stato storicamente utilizzato per comprimere il costo del lavoro, sottovalutando la relazione strettissima tra la qualità dei servizi erogati e la qualità del lavoro.
Una sottovalutazione che porta oggi alla messa in discussione dell’esistenza stessa dei servizi alla persona per la carenza delle figure professionali.
È già in atto da anni la penuria di figure socio-sanitarie e sanitarie. A queste si aggiunge anche la crisi del reperimento delle figure educative. Lo si evince anche dal dato del numero delle iscrizioni ai corsi universitari a fronte del fabbisogno dei prossimi anni nei servizi educativi 0-3, nelle scuole dell’infanzia e nei servizi di integrazione scolastica.
A marzo del 2025 la FP CGIL Emilia Romagna organizzò un convegno pubblico, esponendo i dati di una ricerca condotta insieme all’IRES nel 2024, sulla condizione del personale nei servizi 0-6. Il risultato fu evidente. Eccessivo ricorso al tempo parziale involontario, carichi di lavoro, mancanza di stabilità lavorativa, basse retribuzioni, carichi di lavoro, sono tutti aspetti di quanto sia stato sottostimato il riconoscimento professionale di chi si occupa di compiti educativi, didattici e di cura.
Non va meglio, infatti, nei servizi socio-sanitari, con retribuzioni non all’altezza del lavoro che viene svolto, oltre a uno scarso riconoscimento sociale delle professioni inserite in questi ambiti.
Il riconoscimento sociale passa da come vengono considerati e trattati i lavoratori, sia dal punto di vista delle condizioni contrattuali (retribuzione, orario di lavoro, etc.), sia dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro.
Per anni la Pubblica Amministrazione e i gestori dei servizi (cooperative sociali, enti no profit e del privato sociale) hanno dato per scontato l’esistenza di un interminabile esercito di riserva di oss, di infermieri, di educatori di nido, di insegnanti, di educatori di integrazione scolastica, ma oramai la sproporzione esistente tra le professionalità da mettere in campo e il riconoscimento ricevuto da parte dei gestori dei servizi sta mettendo in discussione sia la tenuta dei servizi, sia la loro qualità.
Infatti una risposta a questa crisi non potrà avvenire mediante una ridefinizione al ribasso delle professionalità che svolgono servizi alle persone, bambini, anziani, disabili.
Dovrà avvenire mediante l’applicazione di buoni Contratti Nazionali. Mediante una contrattazione integrativa di 2° livello, cosa che in questa regione stenta a decollare da anni per l’indisponibilità delle imprese a negoziare. Mediante un cambio di cultura da parte degli enti pubblici committenti.
Tutto il sistema deve farsi carico dell’emergenza a cui siamo esposti. Per farlo, bisogna decidere di investire risorse economiche e buone pratiche, lasciando fuori dall’accreditamento e dagli appalti le aziende che si muovono solo allo scopo di comprimere il costo del lavoro.
La strada esiste e bisogna decidersi a percorrerla insieme.
Pensioni dipendenti pubblici, nuovi tagli: fino a 6.100 euro l’anno per centinaia di migliaia di lavoratori
La nuova stretta sulle pensioni dei dipendenti pubblici rischia di colpire in modo pesantissimo lavoratrici e lavoratori della pubblica amministrazione. Secondo uno studio dell’Osservatorio previdenza della CGIL, gli effetti della revisione delle aliquote di rendimento introdotta dalla Legge di Bilancio 2024 potrebbero determinare riduzioni dell’assegno pensionistico fino a oltre 6.100 euro l’anno nei casi più penalizzati, con una platea coinvolta stimata in circa 700mila dipendenti pubblici.
Una misura che la FP CGIL Emilia-Romagna considera profondamente ingiusta, perché interviene retroattivamente sulle aspettative previdenziali di chi lavora da decenni nei servizi pubblici, negli enti locali e nella sanità.
Chi viene colpito dai tagli alle pensioni pubbliche
Le modifiche riguardano i dipendenti pubblici iscritti a quattro casse previdenziali:
- Cassa pensioni dipendenti enti locali (CPDEL)
- Cassa pensioni sanitari (CPS)
- Cassa pensioni insegnanti (CPI)
- Cassa pensioni ufficiali giudiziari (CPUG)
La revisione delle aliquote interessa le pensioni liquidate dal 1° gennaio 2024 e colpisce soprattutto le cosiddette “carriere miste”, cioè quelle lavoratrici e quei lavoratori che hanno maturato contributi sia con il sistema retributivo sia con quello contributivo.
Secondo le stime tecniche, l’impatto economico complessivo dei tagli arriverà a quasi 33 miliardi di euro entro il 2043.
Quanto si perde con le nuove regole
Lo studio CGIL evidenzia effetti molto pesanti sull’importo della pensione.
Per una retribuzione annua di 30mila euro, il taglio annuo può andare da circa 927 euro fino a oltre 6.100 euro nei casi più penalizzati.
Con stipendi da 50mila euro annui, la perdita stimata sale da circa 1.545 euro fino a oltre 10mila euro all’anno.
Ancora più grave la situazione per chi ha retribuzioni intorno ai 70mila euro: in questi casi la riduzione può superare i 14mila euro annui, con perdite cumulative lungo l’intera vita pensionistica che possono arrivare oltre i 270mila euro.
Pensione sempre più lontana
Oltre ai tagli economici, si allungano anche i tempi di uscita dal lavoro.
La finestra mobile per la pensione anticipata passerà progressivamente dagli attuali 3 mesi fino a 9 mesi nel 2028. A questo si aggiunge l’aumento dei requisiti pensionistici previsto dalla Legge di Bilancio 2026, che comporterà ulteriori slittamenti.
La conseguenza è che molte lavoratrici e molti lavoratori pubblici saranno costretti a rimanere in servizio per periodi sempre più lunghi pur di evitare penalizzazioni sull’assegno pensionistico.
Secondo le simulazioni della CGIL, chi ha iniziato a lavorare tra i 19 e i 21 anni rischia di arrivare a quasi 49 anni complessivi di attività lavorativa prima di poter accedere alla pensione di vecchiaia senza subire tagli.
Sanità pubblica tra i settori più penalizzati
Particolarmente critica appare la situazione del personale sanitario. Infermieri, tecnici, operatori e professionisti della sanità pubblica rischiano infatti di dover lavorare oltre 46 anni e mezzo in contesti già caratterizzati da turni pesanti, stress elevato e forte pressione organizzativa.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna è inaccettabile continuare a colpire chi garantisce quotidianamente il funzionamento dei servizi pubblici essenziali.
La posizione della FP CGIL Emilia-Romagna
La FP CGIL Emilia-Romagna chiede il ritiro delle norme che introducono penalizzazioni previdenziali per i dipendenti pubblici e rivendica un sistema pensionistico equo, sostenibile e rispettoso dei diritti maturati.
Non si può continuare a fare cassa sulle pensioni di lavoratrici e lavoratori che hanno costruito per decenni il welfare pubblico del Paese.
Piano triennale del personale AUSL Romagna, FP CGIL: numeri insufficienti e servizi a rischio
Il Piano triennale del fabbisogno di personale presentato dall’AUSL Romagna alle organizzazioni sindacali e alle RSU non risponde alle reali necessità dei servizi sanitari e amministrativi. Per la FP CGIL Emilia-Romagna i numeri illustrati sono insufficienti e rischiano di aggravare una situazione già critica nei reparti, nei presidi ospedalieri e negli uffici dell’Azienda sanitaria.
Il tema non è soltanto quantitativo. Dietro ogni mancata assunzione ci sono turni più pesanti, riposi saltati, richieste di doppi turni, maggiore stress per lavoratrici e lavoratori e una qualità dell’assistenza che rischia di essere compromessa. La carenza di personale, infatti, non riguarda solo le condizioni di lavoro di chi ogni giorno garantisce il diritto alla salute, ma incide direttamente sulla tenuta dei servizi rivolti a cittadine e cittadini.
Secondo quanto emerso durante l’incontro del 22 aprile, la copertura del turnover prevista sarebbe pari al 75% per il personale sanitario, sociosanitario e tecnico, mentre per il personale amministrativo si fermerebbe al 50%. Tradotto in termini concreti, significa che ogni dieci operatori sanitari o sociosanitari che lasciano l’azienda ne verrebbero sostituiti soltanto sette; per il personale amministrativo, invece, appena uno su due.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna questo non può essere considerato un piano di rafforzamento, ma una riduzione del personale dentro un sistema già sottoposto a forti pressioni. In molti reparti di degenza la carenza di organico è strutturale e rende sempre più difficile garantire continuità assistenziale, sicurezza delle cure e sostenibilità dei carichi di lavoro.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è l’avvicinarsi del periodo estivo. Anche quest’anno, il reclutamento necessario a garantire ferie, sostituzioni e continuità dei servizi appare largamente insufficiente e avviato in ritardo. Considerando i tempi necessari per selezionare, inserire e affiancare il personale neoassunto, il rischio è che l’impatto si scarichi ancora una volta sulle lavoratrici, sui lavoratori e sulla qualità dei servizi.
Serve quindi un cambio di rotta immediato. La sanità pubblica non può reggersi sulla disponibilità continua del personale, sui doppi turni, sulla rinuncia ai riposi e sull’emergenza permanente. Occorrono investimenti strutturali, un piano assunzionale realmente adeguato ai bisogni dei servizi e il pieno rispetto delle condizioni di lavoro.
Come FP CGIL Emilia-Romagna ribadiamo che difendere il personale significa difendere il diritto alla salute. Senza organici adeguati, la qualità dell’assistenza, la sicurezza delle cure e la tenuta del sistema sanitario pubblico rischiano di essere messe seriamente in discussione.










