Il Decreto Primo Maggio introduce un principio importante: in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi, le imprese devono riconoscere una somma economica alle lavoratrici e ai lavoratori, come forma di tutela salariale di fronte ai ritardi nei rinnovi contrattuali.
Un principio giusto, che però viene negato proprio a chi opera in settori fondamentali come la sanità privata accreditata e il sociosanitario. Una scelta inaccettabile, che penalizza ancora una volta lavoratrici e lavoratori già colpiti da anni di ritardi contrattuali, salari bassi e condizioni di lavoro sempre più pesanti.
Non possono esistere lavoratrici e lavoratori di serie A e di serie B. Chi garantisce ogni giorno cura, assistenza e continuità dei servizi alle persone fragili, anziane e non autosufficienti deve avere le stesse tutele economiche e gli stessi diritti riconosciuti agli altri settori.
Sanità privata e sociosanitario esclusi dalla tutela automatica
Il provvedimento in discussione prevede che, in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro nove mesi dalla loro scadenza naturale, le retribuzioni vengano adeguate automaticamente, a titolo di anticipazione, in misura pari al 50% della variazione dell’indicatore IPCA-NEI.
Si tratta di un meccanismo pensato per evitare che il peso dei ritardi nei rinnovi contrattuali ricada interamente sulle buste paga di lavoratrici e lavoratori.
Eppure, proprio per alcuni settori, tra cui quelli delle strutture sanitarie e sociosanitarie accreditate che operano per conto e a carico del Servizio Sanitario Nazionale, questa tutela automatica non scatterebbe. L’eventuale anticipo economico verrebbe infatti rimandato alla contrattazione collettiva, sulla base di indicatori economici settoriali.
Per noi questa deroga è gravissima. Il rinvio alla contrattazione, in un settore in cui i rinnovi contrattuali sono bloccati o in forte ritardo da anni, non rappresenta una garanzia: rischia invece di diventare un ulteriore ostacolo al riconoscimento di quanto dovuto.
Lavoratrici e lavoratori penalizzati due volte
Nel settore sanitario privato accreditato e nel sociosanitario operano migliaia di professioniste e professionisti che ogni giorno assicurano servizi essenziali: infermieri, fisioterapisti, operatori sociosanitari, educatrici, personale tecnico, amministrativo e assistenziale.
Sono lavoratrici e lavoratori che spesso affrontano carichi pesanti, turni difficili, organici insufficienti e salari non adeguati alla responsabilità del lavoro svolto. In molti casi, i contratti collettivi sono stati rinnovati con ritardi insostenibili o restano ancora al centro di vertenze aperte.
Escluderli dal meccanismo automatico di adeguamento economico significa colpirli due volte: prima con il mancato rinnovo del contratto, poi con la negazione di una tutela minima prevista per altri settori.
Il messaggio che arriva è chiarissimo e profondamente sbagliato: il lavoro di cura può aspettare, i salari di chi assiste le persone fragili possono restare indietro, i diritti di chi garantisce servizi fondamentali possono essere trattati come una variabile secondaria.
Il lavoro di cura non può essere il luogo delle deroghe peggiorative
È inaccettabile che il sistema sanitario e sociosanitario accreditato continui a reggersi sulla compressione del costo del lavoro. Non si può chiedere qualità dell’assistenza, continuità dei servizi e presa in carico delle persone fragili mentre si negano tutele salariali minime a chi quei servizi li rende possibili ogni giorno.
Il lavoro di cura non può essere il luogo in cui sperimentare deroghe peggiorative. Al contrario, deve essere uno dei settori su cui investire con più forza, riconoscendo valore professionale, dignità salariale e diritti contrattuali.
Per questo chiediamo il ritiro immediato della previsione che esclude la sanità privata accreditata e il sociosanitario dal meccanismo automatico di adeguamento economico.
La tutela deve valere per tutte e tutti. Chi lavora per garantire il diritto alla salute deve avere gli stessi diritti, le stesse tutele e lo stesso riconoscimento economico di ogni altra lavoratrice e ogni altro lavoratore.
