Torna al centro del dibattito sulle pensioni l’ipotesi di utilizzare il Tfr per consentire l’accesso alla pensione anticipata a 64 anni. Una proposta che non introduce una vera flessibilità nel sistema previdenziale, ma rischia di scaricare interamente sulle lavoratrici e sui lavoratori il costo dell’uscita anticipata.
Siamo contrari a un meccanismo che chiede alle persone di utilizzare risorse che appartengono già a loro per poter lasciare prima il lavoro, accettando in alcuni casi anche una riduzione permanente dell’assegno pensionistico.
Il punto è fondamentale: il Tfr è salario differito. Sono risorse maturate attraverso il lavoro, non fondi pubblici con cui finanziare una riforma delle pensioni.
Pensione a 64 anni: una soglia sempre più difficile da raggiungere
I dati dell’analisi dell’Osservatorio previdenza della CGIL nazionale, aggiornata al 6 settembre 2026, mostrano quanto sia diventato progressivamente più difficile raggiungere il requisito economico necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva.
Nel 2022 era necessario maturare una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, corrispondente a 1.310,68 euro mensili.
Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, raggiungendo 1.638,72 euro al mese. Dal 2030 è previsto il passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale: nelle simulazioni della CGIL la soglia arriverebbe a circa 1.818,94 euro mensili.
Tra il 2022 e il 2026, quindi, l’asticella si è alzata di circa 328 euro al mese. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio, per colmare questa distanza sarebbe necessario un montante contributivo aggiuntivo di circa 83.851 euro, equivalente a quasi 254.000 euro di maggiore retribuzione accumulata nel corso della vita lavorativa.
Nel 2030 la distanza rispetto alla soglia del 2022 arriverebbe a circa 508 euro mensili e il montante necessario in più salirebbe a quasi 130.000 euro.
È proprio qui che emerge una delle principali contraddizioni della proposta: prima si rende più difficile raggiungere il requisito necessario per andare in pensione e poi si chiede alle lavoratrici e ai lavoratori di utilizzare il proprio Tfr per superare quella stessa barriera.
Il Tfr non risolve il problema dei salari medio-bassi
La questione diventa ancora più evidente se si confrontano le soglie previdenziali con i salari reali.
L’Osservatorio CGIL prende come riferimento l’ultima retribuzione media annua comunicata dall’Inps per il 2024 per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi agricoltura e lavoro domestico: 24.486 euro lordi annui.
Dietro questa media si nasconde inoltre un forte divario di genere: la retribuzione media degli uomini raggiunge i 27.967 euro annui, mentre quella delle donne si ferma a 19.833 euro.
È a partire da questi numeri che deve essere valutata qualsiasi proposta di riforma previdenziale. Il sistema non può essere costruito immaginando soltanto carriere continue, salari elevati e percorsi contributivi senza interruzioni, quando una parte consistente del mercato del lavoro è caratterizzata da retribuzioni basse, precarietà e discontinuità.
Le simulazioni mostrano infatti che proprio per chi avrebbe maggiore necessità di una vera flessibilità in uscita l’utilizzo del Tfr rischia di non essere sufficiente.
Con una retribuzione annua di 30.000 euro e 30 anni di contribuzione, ad esempio, la pensione simulata a 64 anni sarebbe di circa 1.110 euro al mese.
Una cifra molto distante dai 1.638,72 euro richiesti nel 2026. Anche aggiungendo il Tfr stimato, il montante complessivo continuerebbe a non essere sufficiente per raggiungere la soglia.
La possibilità di utilizzare il Tfr viene quindi presentata come un’opportunità, ma rischia di rimanere concretamente inaccessibile proprio alle lavoratrici e ai lavoratori con retribuzioni medio-basse.
Per chi è nel sistema misto una pensione più bassa per tutta la vita
C’è poi un secondo elemento particolarmente rilevante per chi ha maturato almeno una parte della contribuzione prima del 1996.
L’ipotesi di consentire anche a queste lavoratrici e lavoratori l’uscita a 64 anni sarebbe accompagnata dal ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo.
Il risultato sarebbe una riduzione permanente dell’assegno.
Con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35.000 euro, secondo le simulazioni CGIL, la pensione calcolata con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro al mese. Con il ricalcolo interamente contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro.
Significa oltre 182 euro in meno ogni mese, pari a una riduzione del 10,6%.
Con una retribuzione annua di 50.000 euro la perdita arriverebbe a circa 261 euro mensili, mentre con 70.000 euro supererebbe i 365 euro al mese.
E non si tratta di una penalizzazione limitata ai primi anni di pensionamento: l’assegno rimarrebbe più basso per tutta la vita.
Considerando la speranza di vita residua media a 64 anni utilizzata nell’analisi CGIL, la perdita complessiva viene stimata in circa 52.500 euro per il profilo con una retribuzione da 35.000 euro, circa 75.000 euro per quello da 50.000 e oltre 105.000 euro per il profilo da 70.000 euro.
Per le donne, tenendo conto della maggiore speranza di vita media, la perdita cumulata potrebbe risultare ancora superiore.
Pensione ridotta e Tfr utilizzato per raggiungere la soglia
Il paradosso emerge ancora più chiaramente considerando chi, anche dopo aver accettato il ricalcolo contributivo della pensione, continuerebbe a non raggiungere il requisito economico richiesto per uscire a 64 anni.
Nel caso di una lavoratrice o di un lavoratore con una retribuzione annua di 35.000 euro, dopo il ricalcolo contributivo l’assegno scenderebbe a circa 1.543,38 euro mensili, restando comunque al di sotto della soglia di 1.638,72 euro prevista nel 2026.
Per raggiungere il requisito sarebbe quindi necessario trasformare in rendita anche circa 24.360 euro del proprio Tfr.
La lavoratrice o il lavoratore si troverebbe così a dover accettare contemporaneamente due condizioni: una pensione pubblica più bassa per tutta la vita e l’utilizzo di una parte del proprio trattamento di fine rapporto per poter accedere all’uscita anticipata.
Il Tfr trasformato in rendita naturalmente non scompare, ma viene meno la disponibilità di quel capitale. In sostanza, vengono impiegate risorse private già appartenenti alla persona per soddisfare un requisito stabilito dalla legge.
Giovani e donne rischiano di pagare il prezzo più alto
Il problema non riguarda soltanto chi si avvicina oggi alla pensione. Le caratteristiche del mercato del lavoro determinano direttamente la pensione di domani e rendono la questione particolarmente delicata per giovani e donne.
Nel sistema contributivo salari bassi, periodi di disoccupazione, part-time involontario e carriere frammentate producono effetti che si accumulano durante tutta la vita lavorativa.
Chi entra tardi nel mercato del lavoro, alterna contratti precari o percepisce retribuzioni insufficienti non affronta soltanto un problema economico nell’oggi: accumula meno contributi e rischia di arrivare alla pensione con un assegno molto più basso.
Per le donne questa dinamica si intreccia con disuguaglianze ancora più profonde. Retribuzioni mediamente inferiori, maggiore diffusione del part-time, carriere più discontinue e una quota ancora troppo elevata del lavoro di cura continuano a produrre conseguenze sia sul reddito presente sia sulla pensione futura.
Il divario salariale e occupazionale di oggi non può trasformarsi automaticamente nel divario pensionistico di domani.
Una vera riforma delle pensioni parte dal lavoro e dai salari
Per questo la discussione sulla previdenza non può essere ridotta alla ricerca di nuovi meccanismi attraverso i quali le persone finanzino autonomamente la propria uscita anticipata.
La prima politica previdenziale è una politica capace di garantire lavoro stabile, salari adeguati e contribuzione sufficiente.
Aumentare le retribuzioni significa migliorare oggi le condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche aumentare la contribuzione e costruire pensioni più dignitose per il futuro.
Allo stesso modo, aumentare l’occupazione, a partire da quella femminile e giovanile, significa ampliare la base contributiva e rafforzare la sostenibilità complessiva del sistema previdenziale.
Servono quindi il rafforzamento della contrattazione collettiva, il contrasto ai contratti pirata, politiche contro la precarietà e il part-time involontario e un maggiore riconoscimento del lavoro di cura.
A tutto questo deve accompagnarsi una vera flessibilità in uscita, che tenga conto della diversa gravosità dei lavori e dei percorsi professionali, insieme a una pensione contributiva di garanzia capace di tutelare soprattutto le giovani generazioni e chi ha avuto carriere povere e discontinue.
La pensione anticipata a 64 anni con il Tfr, nelle condizioni ipotizzate, non va in questa direzione.
Non si può presentare come una nuova tutela un sistema nel quale, per lasciare prima il lavoro, le persone devono utilizzare il proprio salario differito e, in alcuni casi, accettare contemporaneamente una pensione più bassa per tutta la vita.
Per FP CGIL Emilia-Romagna una riforma previdenziale deve garantire maggiore equità e una reale possibilità di scelta, senza trasformare il diritto alla pensione in un anticipo che ogni lavoratrice e ogni lavoratore deve pagarsi con risorse proprie.
