La vicenda di Bibbiano ha lasciato una ferita profonda nella percezione pubblica del lavoro sociale. Una vicenda complessa, spesso ridotta a slogan e semplificazioni, che ha contribuito a delegittimare assistenti sociali, educatori, psicologi e tutte le professionalità che ogni giorno operano a tutela delle persone più fragili, dei minori e delle famiglie. È da questa consapevolezza che ha preso le mosse il convegno nazionale “Il lavoro sociale che non fa notizia tra delegittimazione e rilancio. Bibbiano e dopo”, promosso da FP CGIL Piacenza nel salone Mandela della Camera del Lavoro.

Riteniamo fondamentale riaprire una discussione pubblica seria sul ruolo dei servizi sociali, lontana dalle strumentalizzazioni e capace di riconoscere il valore di chi lavora ogni giorno in contesti complessi, spesso esposti a pressioni, aggressioni e delegittimazione.

Gli interventi di tutela dei minori sono percorsi delicati, costruiti attraverso valutazioni professionali, lavoro d’équipe, confronto tra competenze diverse e responsabilità istituzionali. Ridurre tutto a una narrazione ostile verso le professioni sociali significa indebolire il sistema di protezione, colpire lavoratrici e lavoratori e, soprattutto, lasciare più sole le famiglie e le persone fragili.

Nel corso del convegno è emersa con forza la necessità di ricostruire fiducia attorno ai servizi sociali. Una fiducia che, dopo Bibbiano, è stata profondamente compromessa. Come ha ricordato il professor Gino Mazzoli, docente dell’Università Cattolica ed esperto di welfare, l’impianto accusatorio della vicenda è stato in larga parte smontato, ma le persone coinvolte e l’intero sistema dei servizi sociali non sono stati realmente riabilitati agli occhi dell’opinione pubblica. Il danno reputazionale prodotto da anni di narrazioni distorte continua a pesare sul lavoro quotidiano degli operatori.

Questa delegittimazione non resta confinata al dibattito pubblico. Ha conseguenze concrete nei luoghi di lavoro. Le testimonianze portate durante l’iniziativa parlano di aggressioni in aumento, attacchi personali ai singoli professionisti, esposizione crescente sul piano umano e lavorativo. La testimonianza dell’assistente sociale Roberta Puddu, la cui auto è stata fatta saltare in aria dopo ripetuti atti vandalici, racconta in modo drammatico il clima in cui troppe lavoratrici e troppi lavoratori del sociale sono costretti a operare.

Per la FP CGIL Emilia-Romagna è necessario dire con nettezza che la tutela delle professioni sociali è una questione democratica. Difendere assistenti sociali, educatori, psicologi e operatori dei servizi significa difendere la qualità del welfare pubblico, la capacità delle istituzioni di stare accanto alle persone e il diritto delle comunità ad avere servizi competenti, autorevoli e adeguatamente sostenuti.

IL segretario della FP CGIL Emilia-Romagna Fabio De Santis sottolinea che «c’è un tentativo massiccio di delegittimare i corpi intermedi attraverso tagli al personale e limiti di spesa che vanno a creare problemi di efficacia dei servizi erogati e questo fa crescere l’aggressività degli utenti».

Il lavoro sociale non è un lavoro individuale e solitario. È un lavoro collettivo, fondato sull’integrazione tra competenze diverse, sulla responsabilità condivisa e sulla costruzione di percorsi di tutela. Come è stato sottolineato durante il convegno, nessun professionista decide da solo. Le decisioni più delicate nascono dal confronto tra équipe, servizi, autorità competenti e soggetti istituzionali. Per questo ogni campagna di delegittimazione che isola il singolo operatore e lo trasforma in bersaglio mina alla radice il funzionamento del sistema.

Serve quindi un cambio di passo. Occorre investire nei servizi sociali, rafforzare gli organici, valorizzare le professionalità, garantire sicurezza nei luoghi di lavoro e promuovere una comunicazione pubblica corretta, capace di raccontare la complessità invece di alimentare paura e sospetto.

Come FP CGIL Emilia-Romagna continueremo a sostenere le lavoratrici e i lavoratori del sociale, a denunciare ogni forma di aggressione e delegittimazione, a chiedere istituzioni più responsabili e servizi pubblici più forti. Ricostruire fiducia significa riconoscere che il lavoro sociale non è un nemico delle famiglie, ma uno strumento essenziale di tutela, protezione e coesione per tutta la comunità.

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