Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro continuano a pesare sulla vita delle donne anche dopo l’uscita dal lavoro. I dati del Rendiconto sociale Inps 2025 e della Relazione annuale Covip confermano una realtà che denunciamo da tempo: pensioni più basse, carriere più fragili, maggiore esposizione al lavoro povero e minore possibilità di costruire una previdenza complementare adeguata.
Il divario pensionistico tra uomini e donne non nasce al momento del pensionamento. È il risultato di una lunga catena di disuguaglianze che attraversa l’intera vita lavorativa: salari più bassi, part-time spesso involontario, contratti precari, carriere discontinue e un carico di lavoro di cura che continua a ricadere in larga parte sulle donne.
Pensioni più basse per le donne: i dati Inps confermano il divario
Nel 2025 i pensionati Inps sono 15.435.694, mentre le pensioni vigenti superano i 16,4 milioni. Le donne sono più numerose degli uomini tra i beneficiari di almeno una pensione previdenziale: 6.869.020 contro 6.508.440. Questo dato, però, non corrisponde a trattamenti economici migliori.
Al contrario, gli importi medi mostrano una distanza ancora molto ampia. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti le donne percepiscono mediamente 1.069 euro al mese, contro i 2.006 euro degli uomini. Nella Gestione dei dipendenti pubblici l’importo medio è di 1.940 euro per le donne e 2.706 euro per gli uomini. Tra gli autonomi il divario resta netto: 787 euro contro 1.369 euro. Nella Gestione separata, infine, le donne ricevono in media 708 euro, mentre gli uomini arrivano a 1.283 euro.
La disparità emerge anche osservando le pensioni liquidate nel corso del 2025. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti l’importo medio è pari a 1.027 euro per le donne e 1.552 euro per gli uomini; nella Gestione dei dipendenti pubblici 1.933 euro contro 2.561 euro; tra gli autonomi 804 euro contro 1.119 euro; nella Gestione separata 902 euro contro 1.601 euro.
Sono numeri che raccontano una verità chiara: la qualità della pensione dipende dalla qualità del lavoro. Quando il lavoro è povero, discontinuo, sottopagato o penalizzato da carichi familiari non redistribuiti, anche la pensione sarà più debole.
Il divario nella previdenza complementare
Le disuguaglianze riguardano anche la previdenza complementare. Gli iscritti ai fondi pensione sono quasi 10,5 milioni e le risorse accumulate hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, pari all’11,6% del Pil. Nel 2025 i nuovi iscritti sono stati oltre 757 mila, il dato più alto dell’ultimo decennio.
Anche qui, però, il divario di genere resta evidente. Le donne rappresentano soltanto il 38,8% degli iscritti, mentre gli uomini sono il 61,2%. Tra chi versa contributi, le lavoratrici accantonano mediamente 2.680 euro l’anno, contro i 3.190 euro degli uomini, con una contribuzione inferiore del 16,1%.
La previdenza complementare può essere uno strumento utile, ma non può diventare un meccanismo che rafforza le disuguaglianze esistenti. Se una lavoratrice ha un salario basso, un contratto discontinuo o un part-time non scelto, avrà anche meno possibilità di destinare risorse a un fondo pensione. Per questo servono strumenti redistributivi, capaci di sostenere davvero giovani, donne e lavoratrici e lavoratori con redditi bassi.
Servono interventi strutturali e redistributivi
Come FP CGIL Emilia-Romagna riteniamo necessario affrontare il tema delle pensioni partendo dal lavoro. Non basta intervenire alla fine del percorso, quando le disuguaglianze si sono già consolidate. Bisogna agire prima, sulle cause che producono pensioni più basse.
Serve aumentare i salari, contrastare la precarietà, ridurre il part-time involontario, rafforzare i servizi pubblici e riconoscere pienamente il valore sociale ed economico del lavoro di cura. Senza questi interventi, le donne continueranno a pagare un prezzo altissimo in termini di reddito, autonomia e sicurezza sociale.
Anche sul fronte della previdenza complementare occorre superare un sistema che premia soprattutto chi ha redditi medio-alti. Per chi ha salari bassi, la deducibilità fiscale rischia di avere un effetto limitato, mentre la rinuncia al Tfr può rappresentare un problema concreto. Per questo sono necessari incentivi più favorevoli, forme di sostegno dedicate e strumenti che rendano davvero universale l’accesso alla pensione integrativa.
Pensioni dignitose significa lavoro dignitoso
La questione pensionistica non è separata dalla condizione materiale delle lavoratrici. Parlare di pensioni significa parlare di salari, contratti, stabilità, servizi pubblici, welfare e redistribuzione del lavoro di cura.
Ridurre il divario di genere nelle pensioni significa costruire un mercato del lavoro più giusto. Significa garantire alle donne percorsi professionali continui, retribuzioni adeguate e tutele reali. Solo così sarà possibile assicurare pensioni dignitose, sia nel sistema pubblico sia nella previdenza complementare.
Per la FP CGIL Emilia-Romagna questa deve essere una priorità politica e sindacale: le pensioni delle donne non possono continuare a essere lo specchio delle disuguaglianze subite durante tutta la vita lavorativa.
